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Di tutti i pappagalli
esistenti (e non solo di quelli), lo Strigops habroptilus
o Kakapo com'è chiamato in lingua Maori* (
pappagallo notturno), questo strano quanto in parte misterioso Psittacide,
è sicuramente il più interessante e caratteristico da un punto di
vista della tipicità, ma soprattutto dell’interesse scientifico.
Vedremo in seguito il perché.
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*I
Maori, popolo di grandi tradizioni e cultura furono i primi
veri abitanti della odierna Nuova Zelanda, divenendone di
fatto i colonizzatori di quello che ancor oggi nella loro
lingua chiamano Aotearoa, ovvero: “il paese delle bianche
nuvole”. Le loro credenze religiose, il profondo rispetto
per la Natura, la miscellanea tra divinità animali e intima
unione tra questi ultimi, ne fanno una delle culture più interessanti
e complesse. Questa loro cultura, intrecciata di realtà materiali
visibili e fantasia legata ad essa, ha dominato la vita di
questo popolo nei secoli. Un esempio tipico si ha, considerando
che il dio più venerato dai Maori era Thane, il potente Signore
dei boschi.
(nella foto:Famiglia Maori)
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Purtroppo
però, il declino del nostro Strigops Habroptilus (come altri
grandi uccelli non volatori), ebbe inizio proprio con i Maori,
in quanto loro, cacciavano questo animale sia per la carne
che per le penne, con le quali era consuetudine fabbricarsi
dei copricapo ornamentali.
Il declino
continuò con l’introduzione d' altri animali (soprattutto
erbivori) che divennero predatori/antagonisti del nostro sfortunato
pappagallo dall’ ”odore di muschio”
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La patria
del Kakapo: La Nuova Zelanda
Scoperta
nel 1642 da Abel JanszoonTasman navigatore fiammingo (1603
– 1659) questo Stato dell’Oceania situato in un arcipelago
dell’Oceano Pacifico, la Nuova Zelanda è costituita da due
grandi isole maggiori l’Isola dal Nord e l’Isola del Sud divise
dallo stretto di Cook nel mar di Tasman. Le isolette minori
dell’Arcipelago sono l’Isola di Waiheke, la Stewart island,
la penisola di Auckland, la Great Barrier, Little Barrier,
Chatham, Kermadec, Three Kings, Campbell, Bounty, Solander,
Snares e Fiordland .
Terra,
come già evidenziato precedentemente, di grandi uccelli non
volatori (molti dei quali purtroppo oggi estinti) per le caratteristiche
climatiche e morfologiche del territorio, la Nuova Zelanda
nei secoli è stata la “Domus aurea” di molti di essi; alcuni
di notevole interesse scientifico oggi purtroppo visibili
solo nei Musei
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E’ il
caso dei Moa (Dinornis maximus), enormi uccelli simili
a struzzi inadatti al volo ed alti in alcuni casi, come si
evince dai reperti fossili ritrovati, più di due metri d’altezza
con un peso che si aggirava attorno ai 300 chilogrammi.
Presenti
nella regione presumibilmente già nell’Era Mesozoica (Cretaceo)**,
questi enormi uccelli si estinsero circa duecento anni fa
a causa della caccia da parte delle popolazioni locali (Nella
foto: Scheletri di Moa al museo di Storia Naturale di Firenze)
[**]Il
periodo Cretaceo, venne così chiamato in quanto a seguito
di forti piogge, si accumularono enormi quantità di creta;
tale periodo durò circa 70 milioni di anni e gli oceani coprirono
molti continenti. Il continente Americano in particolare,
sprofondò nelle acque provocando la congiunzione dell’oceano
Artico con il golfo del Messico; stessa cosa per l’Europa
In questa era si formarono le catene Andine, le Montagne Rocciose,
l’Antartide e le montagne dell’Asia. Comparvero sulla Terra
le piante, i fiori che alla fine del Mesozoico si diffusero
in tutto il continente
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Un altro
tipico uccello neozelandese minacciato d' estinzione è il
Kiwi (Apteryx australis).
Il nome
Latino che significa “senza ali”, ed è certamente il più antico
degli uccelli Neozelandesi.
Appartenente
all’Ordine degli Struzioniformi, costituisce insieme all’estinto
Moa, al Rhea ed all’Emù una famiglia di cui sembra, le origini
siano comuni
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Il
pappagallo notturno.
Il suo
nome scientifico deriva dal Greco, ed è una combinazione tra
Strigos e Oops (gufo e viso) ed habros e ptylon (morbido e
piuma). Appartenente all’Ordine degli Psittaciformi ed alla
famiglia degli Psittacidi , il genere Strigops ha un’unica
specie lo Strigops habroptilus (sottofamiglia Strigopinae)
- (G. R. Gray 1845).
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Il Kakapo è
un pappagallo dalle abitudini notturne endemico della Nuova Zelanda.
Come negli Strigidi (da cui prende il nome), il Kakapo ha un disco
facciale di piume che convogliano all’orecchio esterno, di dimensioni
molto grandi, i suoni che esso riesce agevolmente a cogliere. Di
corporatura molto pesante e massiccia esso è l’unico della sua famiglia
a non essere atto al volo. Il suo piumaggio è estremamente mimetico;
la colorazione delle sue piume è verde brillante nella parte superiore,
tra il marrone e il giallo con barrature nere nelle remiganti; la
parte inferiore del piumaggio presenta oltre al giallo/verdastro
più chiaro delle strisce color mattone scuro. Non presenta dimorfismo
sessuale evidente, la femmina è comunque più piccola del maschio
(che è più grosso di circa il 20/25%) e vi sono leggere differenze
nel becco che si presenta meno grosso e spesso. La mandibola del
Kakapo, rappresenta un ottimo strumento per sminuzzare la folta
vegetazione del sottobosco che rappresenta in prevalenza il suo
habitat ideale.
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Dimensioni:
Lungo mediamente 60/65 centimetri, apertura alare di circa
60 centimetri, coda 20/22 centimetri: un grosso maschio può
arrivare a pesare 3,5-4,00 chilogrammi.
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Curiosità:
Il richiamo
del Kakapo è stato descritto come un misto tra un forte gracidio
e lo stridìo acuto di un maiale; la gamma di frequenze che esso
riesce ad emettere soprattutto nella stagione degli amori è molto
vasta; si dice che riesca addirittura ad emettere, utilizzando come
cassa di risonanza una rudimentale sacca aerea nel torace (questi
animali non hanno sacche aeree nelle ossa come i loro cugini), dei
veri e propri boati che possono essere uditi dalla femmina a chilometri
di distanza, questi “concerti” possono durare anche otto ore consecutive.
In genere essi cercano riparo tra le foglie degli alberi fitti e
bassi delle foreste, nelle fessure ricavate dalle rocce o in tane
scavate tra i rizomi dei grossi alberi.
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Poiché
spesso il Kakapo occupa queste tane coperte da muschi
e licheni, è molto difficile scorgerlo a causa del suo piumaggio
che simula perfettamente l'ambiente circostante. Agilissimo
pedinatore ed abile arrampicatore per via dei poderosi artigli,
egli sopperisce alla mancanza della capacità di volo in tal
modo; può arrampicarsi anche su alberi di venti metri d’altezza. |
Può in ogni
modo, compiere delle planate, che effettua saltando dai rami o dalle
rocce. Sono inoltre abili a mascherare le tracce dei loro pedinamenti,
ripercorrendo la stessa strada percorsa all’andata. Tipico uccello
solitario, i maschi nella stagione riproduttiva possono costituire
piccole colonie di alcuni individui.
Alimentazione:
La sua dieta
è rigidamente vegetariana. Frutti di Kahikatea (Podocarpus dacrydioides),
Mingimingi (Cyathodes fascicolata), Manuka (leptospermum scoparium),
le foglie tenere di un’Asteracea (Olearia colensoi), ed i bulbi
di alcune Orchidee. Inoltre rizomi di felce, muschi e licheni, funghi.
A volte, incrementa l’apporto proteico con larve di coleotteri ed
insetti.
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Astarcea
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Frutti
di Kahikatea
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Manuka
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Mingimingi
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| Un’altra
caratteristica di quest' uccello è che spesso “mastica” lo stelo
e le foglie di alcune piante per estrarne il succo, lasciando
poi delle “palline” di materiale fibroso ed indigesto attaccati
ai fusti o sul terreno. Quest’ultimo elemento, serve a rivelare
la sua presenza. I suoi nemici naturali a parte l’uomo, che
con le colonizzazioni selvagge ha ridotto drasticamente le foreste
e l’incremento della pastorizia e di erbivori allo stato brado,
sono stati gli elementi fondamentali per il declino di questa
specie. Difatti, i ruminanti costituiscono un antagonista “innaturale”
per l’ambiente del Kakapo, che ha trovato sempre meno cibo a
disposizione, visto anche il continuo proliferare di fattorie
nelle radure che costeggiano l’habitat naturale dell’animale. |
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Riproduzione:
La riproduzione
(e quindi la maturità sessuale) nel Kakapo avviene generalmente
dopo il quarto anno di vita, ma si ha notizia d'intere popolazioni
che non hanno mai riprodotto, sebbene le condizioni (spesso ricreate
dall’uomo) siano state favorevoli. Le parate nuziali, prevedono
un lungo e complesso rituale di corteggiamento composto dai sopra
citati “boati” (causati da una sacca aerea nel torace) e dall’aprire
e chiudere le ali ritmicamente come una farfalla che si crogiola
al sole; il tutto è accompagnato da un percorso sul terreno ad “X”
ed all’indietro, mentre offre alla femmina dei doni (erbe prative,
muschio o ramoscelli) che porta con sé nel possente becco. Il maschio,
scava una “arena” con dei camminamenti laterali entro la quale avviene
l’accoppiamento. Il periodo della riproduzione sembra coincidere
tra Gennaio e fine Febbraio, ma si ha notizia d' accoppiamenti anticipati
a Dicembre o addirittura posticipati a metà Maggio.
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Solitamente
i nidi sono stati osservati in cavità naturali come fessure
nella roccia, tane scavate fra le radici di grandi alberi e
in buche scavate dal maschio. La tana di solito è delle dimensioni
di 60 centimetri di diametro per 30/40 di altezza. La femmina
vi depone (media degli studi effettuati e delle osservazioni)
in media dalle due alle quattro uova di colore bianco e di forma
ovoidale dell’altezza di 60 millimetri e 40 circa di circonferenza.
L’incubazione avviene in circa trenta giorni e le uova sono
covate dalla femmina. I piccoli alla nascita sono totalmente
inetti e sono nutriti dalla madre con vegetali rigurgitati per
diverse settimane. I genitori, si procurano il cibo di notte
e possono allontanarsi per centinaia di metri, lasciando il
nido incustodito. |
Quando i piccoli
hanno già qualche settimana, questo “abbandono” della femmina diviene
consuetudine, anche se normalmente non è stata mai osservata allontanarsi
di molto; vi fa ritorno solo per nutrire i nidiacei. La riproduzione
è in ogni caso legata all’abbondanza o meno del cibo, ed in quei
casi osservati ove vi era tale abbondanza, le coppie hanno tentato
una nuova covata ogni anno.
Programmi
di tutela della specie e storia:
Negli ultimi
cento anni, l’uomo ha tentato diverse campagne di protezione verso
il Kakapo. Le presa di coscienza dell’esigenza di tutela per questo
uccello, partono dal lontano 1950. Occorsero decine d’anni d’impegno
e sacrificio personale; impiego d' ingenti mezzi, ma alla fine poco
alla volta, con significativi successi ma anche con cocenti delusioni,
la popolazione di Kakapo è aumentata. E’ il caso recente, avvenuto
su una remota isoletta Neozelandese (Auckland). Si ha notizia dell’incremento
dei soggetti viventi d' altri tre pullus; tale incremento fa arrivare
la popolazione di questi uccelli alla quota di 87, dopo l’impennata
record di nascite del 2004 in cui vennero alla luce ben 24 nuovi
soggetti, anche se purtroppo alcuni di questi (tre) morirono a causa
di una grave malattia ematica. Molto diffuso in passato sulle principali
isole della Novaezelandiae, questo pappagallo ha visto nel corso
dei secoli diminuire drasticamente il suo areale di diffusione.
Una volta cacciato dalle popolazioni Maori per le sue penne e per
la carne, cominciò ad avere seri problemi di sopravvivenza con l’introduzione
di animali carnivori quali volpi, martore, cani, donnole. Anche
l’introduzione d'erbivori come i cervi, o il bestiame lasciato spesso
allo stato brado, contribuì a creare dei formidabili antagonisti
per i pappagalli, essendo come detto in precedenza, il Kakapo un
vero erbivoro.
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ridusse quindi drasticamente come consistenza al punto tale
che, nel 1987 ne rimanevano pochissimi esemplari. In periodo
antecedente (attorno al 1970/77) era conosciuta solo la popolazione
del Fiordland; in seguito sull’isola di Stewart se ne identificò
un numero consistente: circa 150/200 esemplari. Dal 1977 al
1988 i Kakapo di Stewart, hanno nidificato solo in tre annate
(come sopra detto, i pappagalli sono legati alla quantità di
cibo presente per la nidificazione), e le percentuali di fertilità
sono state molto basse. (covate di 3-5 uova con 1-2 pulli).
Oggi su quell' isola, sono presenti purtroppo solo pochissimi
esemplari. Spigolature: |
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E’ del 2000
la notizia apparsa sui quotidiani, di un esperimento sui Kakapo.
Una biologa Americana ed uno Neozelandese, hanno messo a punto un
cerotto che rilasciando per contatto degli ormoni, sembrerebbe in
grado di facilitare l’accoppiamento dei pappagalli. Il cerotto dovrebbe,
a detta degli esperti, agire sulle femmine abbassando il livello
di stress ed inducendole a cercare l’accoppiamento con i maschi.
Alcuni dati:
(Kakapo Management
Group Department of Conservation) PO Box 10 420 WELLINGTON, NZ.
– anno 2000)
Hauturu/Little
Barrier Island: Una femmina e due maschi presenti.
Nukuwaiata/Inner
Chetwode Island: Tre maschi ed una femmina..
Whenua Hou/Codfish
Island: Tredici femmine e diciannove maschi.
Pearl Island:
Sei maschi presenti.
Anchorage
Island: Quattro maschi.
Attualmente
sono viventi 41 femmine e 46 maschi, tutti regolarmente censiti
e catalogati in un archivio di discendenza aggiornato al 2005.
Alcuni esemplari
sono stati catturati nel 1981.
E’ il caso di
Alice, o di Flossie; ma anche di Cindy (1987). Il maschio più anziano
oggi vivente è Lionel (catturato nel 1981), mentre l’esemplare più
giovane è Kumi figlio di Margareth una femmina dell’86. Dal 1991
al 2004 si sono avuti otto decessi, quattro maschi e quattro femmine.
Alcune considerazioni:
Come abbiamo
sopra accennato, gli animali a più alto rischio di estinzione sono
quelli di grossa mole, ma anche quelli a limitata capacità riproduttiva
come il Kakapo, legati a specifiche nicchie ecologiche e
sensibilmente soggetti a qualsiasi variazione in tal senso. Affermare
che l’uomo, distruggendo la Natura sta distruggendo se stesso non
è facile allarmismo; possiamo parlare di vera e propria estinzione
di massa.
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Kagu
(Rhynochetos jubatus)
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Una catastrofe
che sta toccando, senza distinzione di sorta, tutti gli esseri viventi
uomo compreso. Oltre al Kakapo, altro esempio dolorosamente
significativo è rappresentato dal Kagu (Rhynochetos jubatus)
della Nuova Caledonia. Adattatosi ad una vita in totale assenza
di predazione, quest' animale ha perso l’attitudine al volo e conseguentemente,
viene decimato dagli innumerevoli felini e canidi introdotti dall’uomo,
rischiando seriamente l’estinzione.
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Ed ancora
l’Alca impenne (Pinguinus impennis) di cui l’ultimo esemplare
fu ucciso a bastonate in un’isola dell’Artico nel 1844, |
o il Dodo
delle Mauritius, che scoperto nel 1599, dopo soli ottanta anni era
stato totalmente ed irrimediabilmente sterminato. Ma quali sono
le cause del depauperamento di queste specie?
| Antica stampa raffigurante il Dodo |
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Innanzi tutto
l’intervento massiccio sugli habitat. La bonifica di paludi, il
disboscamento a fini di lucro, l’inquinamento, la coltura razionalizzata
e selettiva, l’introduzione di specie alloctone, la caccia, la cattura
per il commercio di animali selvatici. I valori concatenati a questi
fattori ad esempio l’inquinamento, fa si che il riscaldamento della
Terra determinerà a breve la sparizione totale di moltissime specie
di animali e piante. Mentre nel corso delle ere tali fenomeni erano
imputabili alla Natura stessa, oggi è l’uomo prevalentemente a minacciare
fortemente questo delicato equilibrio.
L’uomo a propria
giustificazione ha da sempre sostenuto che la scomparsa di molte
specie è stato un fenomeno naturale; ma per quanto consta in coscienza,
ciò poteva valere per i dinosauri estinti 65 milioni d’anni fa.
Alla luce di quanto sopra specificato, oggi non esistono giustificazioni
in merito. Il declino come detto è in rapido accrescimento; si è
stimato che in base all’andamento odierno 35.000 specie di piante
e 5.000 specie animali stiano andando incontro alla sparizione totale
dalla faccia della Terra. I dati sono veramente allarmanti: negli
ultimi quattro secoli sono scomparse ben 500 specie animali, di
cui oltre 150 di uccelli.
Circa 700 invece
sono le specie vegetali e tutto questo inconfutabilmente a causa
dell’uomo.
Questo processo
purtroppo irreversibile, costituisce una minaccia alla nostra stessa
sopravvivenza prescindendo in parte il fattore etico della questione.
Le domande che ci si dovrebbe porre sono: Dove riusciremo a trovare,
vista la nostra comprovata fragilità e dipendenza dai farmaci, i
mezzi per contrastare i malanni che ci affliggono e lo faranno in
futuro, visto che già oggi come in passato, molte specie si sono
rivelate utili in tal senso?
E soprattutto,
perché pregiudicare ai nostri figli, tali mezzi di futura sopravvivenza?
Homo faber
fortunae suae. (L'uomo è artefice del proprio destino).
© falco di
palude – Avifauna Ottobre 2005
Si ringrazia : A special thanks to "http://www.kakaporecovery.org.nz"
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