Se provate a chiedere ad un suonatore di  violino, cosa stia suonando, quasi certamente, vi risponderà: musica.
Non farà distinzione fra il sublime Beethoven, il raffinato Mozart, il maestoso Bach, l’allegro Baglioni. Semplicemente… piacevole, estasiante,  Musica!

Se chiedete ad un ornicoltore/ornitologo cosa alleva, con buone probabilità, vi risponderà: uccelli.
Nessuna differenza fra il sublime Usignolo, la raffinata Ballerina gialla, il maestoso Merlo, l’allegro Verzellino. Semplicemente…meravigliosi, incantanti, Uccelli!

Per il vero appassionato, che vorrebbe acquisire in collezione sempre nuove specie, non v’è alcuna differenza fra l’impossibile Rondone (cosi vicino, cosi lontano) ed il comunissimo Verdone.
Vorrebbe allevare di tutto. E’ interessato ad  osservare ogni minimo particolare degli uccelli allevati.

Chi fa Bird-watching sa com’è difficile poter fermare un’immagine fuggente. Ricercare ed aspettare, pazientemente, il momento dell’incontro ravvicinato, che spesso tarda o non viene. Ecco allora che il Bird-watcher affina il suo comportamento si trasforma, se ornicoltore, in aviary-bird-watcher. Il vero momento gratificante, per l’allevatore-osservatore, è avere agevolmente in osservazione, a pochi metri, quelle specie difficili, che in natura, sono pressocchè inavvicinabili. Se poi oltre che osservare quella difficile specie riesce ad ottenerne anche la riproduzione, il cerchio si chiude; raggiunge il massimo pensabile e immaginabile.
Il passaggio da bird-watcher a bird-keeper a bird-breeder è breve, consequenziale.

Dall’inavvicinabilità in natura, alla comoda vicinanza a palmo di naso, in voliera.

E quali specie sono più inavvicinabili di quelle che abitano le estese praterie dove la presenza dell'osservatore è avvertita, per il tipo d'ambiente spoglio e disadorno, già a chilometri di distanza? 

Adesso, nel cimentarci, verso soggetti   nuovi da acquisire in ornicultura, sembrerebbe si debba  trattare  chissà quale specie appariscente, pregiata, costosa, difficile da possedere.  E invece, la nostra attenzione, sul foglio bianco da riempire, è stata attratta, questa volta, da una specie non colorata, non pregiata, non costosa, ma rara si, difficile da riprodurre anche. Il nostro interesse si è rivolto verso la Calandra. Un abitatore inavvicinabile di quelle praterie che si estendono a perdita d'occhio.

Un altro rappresentante delle allodole. Il Re delle allodole.

Fra esse, la più grande, la più massiccia, la più tozza, la meno elegante; col solito piumaggio mimetico da “passero femmina”, con le solite unghie dritte e lunghe, specialmente la prima posteriore, caratteristiche da uccello terricolo e non arboricolo; col solito canto delle allodole, gaio, piacevole e allegro. Anzi non il solito; proprio sul canto dobbiamo soffermarci.

CANTO
Nel gruppo degli Alaudidi il canto della Calandra è il migliore; raggiunge sicuramente i più alti virtuosismi canori. Inizia aspro, stridente; poi sonoro, potente, cristallino, modulato in tante maniere. E’ cantato con tanto vigore e tale potenza d’emissione che si  sente perfino  a diverse centinaia di metri di distanza. Non a caso è rivolto a quelle sterminate praterie, dove la voce deve risuonare incontrastata e inconfondibile.
 
Non è pertanto, uccello da condominio o da appartamento. Una fattoria di campagna sarebbe il suo regno ideale. Canta tutto l’anno, solo la muta riesce a frenarlo, in agosto. Il canto invernale è emesso con minore vigoria. Quello primaverile diventa  insopportabile, un panno scuro, a coprire la gabbia, può rallentarne la foga.
Imita alla perfezione il canto di tutti gli uccelli coi quali viene in contatto acustico.
Una leggenda popolare siciliana, nata (inventata) certamente per sminuire e dare un contrappeso a tanta potenza canora, vuole la morte della Calandra posta vicino ad un Verzellino, nei tentativi, non riusciti, di imitarne il canto.
In effetti, tra le tantissime imitazioni ascoltate (Rondone/i, Rondine, Balestruccio, Cardellino, Fanello, Verdone, Canarino, Fringuello, Passero, ecc.) non si sente mai il verso del Verzellino; ma neanche vicino a tale uccello, s’è vista la Calandra morire e nemmeno struggersi per il non poterlo imitare; continua in pieno canto ed allegria. Sfatiamo quindi la leggenda della sua morte vicino ad un Verzellino.
Già nei giovani ancora non svezzati, nelle ore calde della giornata, mentre sonnecchiano, è possibile vedere e udire prove di gorgheggio, in sottocanto, sommessamente.
Da settembre, tale emissione, viene poco per volta rinvigorita, e si trasforma (avvertibile)  nel canto vero e proprio, con note chiare e imitative.
Da ottobre a febbraio è un lento, costante aumento di sonorità.
A marzo tutta la potenza viene espressa per non essere più abbandonata. Il bello è che le varie imitazioni sono tutte chiaramente percettibili e decifrabili,    ripetute sempre tre o più volte per ogni verso imitato, sempre con sequenze diverse, ora anticipando ora posponendo nel corso dell’emissione, i vari canti, senza mai annoiare per identiche monotone ripetizioni. Siamo convinti che quando si afferma che il canto delle Allodole  è impareggiabile non ci si riferisca alle Allodole comuni  bensi’ alle Calandre.

Alcuni appassionati del canto del Cardellino, usano addestrare giovani Calandre all’apprendimento di questo solo, singolo, canto.
Per raggiungere lo scopo, la giovane Calandra, viene posta, fra un Cardellino dal canto netto e pregiato ed un suo Ibrido con identiche caratteristiche e canto forte e chiaro. La Calandra apprende a meraviglia, ed imita alla perfezione quel canto, ripetutamente sentito ed appreso. Il risultato è una Calandra impreziosita (per amatore) da un unico canto imitato e con solo qualche “sporcizia” residuale data dallo stridente canto d’apertura, tipico della specie.  Non è difficile ascoltare queste preziosità e tutte le volte si rimane a “bocca aperta” e “orecchie intontite”.
 
ALLEVAMENTO
La gabbia che lo ospita è telata nella parte superiore per attutire la caratteristica spinta verso l’alto che l’uccello ha nel prendere il volo. E’ senza posatoio, semmai  ingentilita da una piccola pietra pomice ove l’uccello ama salire e sostare in pieno canto.
E’ di facile pretesa alimentare. Un misto per granivori è il meglio gli si possa offrire. Vive bene anche con semplice frumento o ancora con scarti di grano spezzettato, mais, semi vari, mangime per pulcini. Apprezza le verdure, come anche piccoli insetti, bigattini, tarme della farina, ecc.
Pur essendo abitatore tipico di zone aride e con poca acqua, questa non deve mai mancare e la gabbia per Calandre ha un’apertura al centro del frontale per permettere l’aggancio di un beverino esterno zincato. L’uccello, per bere, fuoriesce la testa e lo fa subito come se ammaestrato in tal senso.

PASSATE TECNICHE DI PRELIEVO
Negli anni 50/60 era molto comune vederlo in queste gabbie, costava meno di un canarino. Non per la facile riproduzione; era  ancora numeroso ed abbondante in natura e di facile cattura.
Veniva insidiato da tenditori specializzati, senza alcun richiamo vivo, aiutati da aggeggi acustici artigianali e da particolari specchietti, fatti girare ad arte ed il cui sfavillio attirava enormi stuoli di questi uccelli. Le femmine venivano subito rilasciate.
Vecchi tenditori, intervistati sull’argomento, usavano due reti mobili, lunghe circa 20 e larghe  1.5 mt. cadauna, fissate a terra (nella parte interna) con picchetti e manovrate e tirate da una lunga corda che  finiva in un capanno di frasche e canne dove si nascondeva l’uccellatore. Al centro delle reti, restava uno spazio libero, largo circa mt.2.5 e lungo quanto le reti, con lo specchietto girevole, che dall’alto dava la senzazione della presenza d’acqua. La capacità dell’uccellatore, nello stendere le reti prima dell’alba, stava proprio nel saper disporre in maniera equilibrata picchetti ed elastici per permettere che le reti si chiudessero con leggerezza, una sull’altra bilanciate, dopo la tirata della lunga corda. L’uccellatore doveva saper cogliere il momento d’inizio di dar fiato al fischietto, essere bravo nel manovrare gli specchi e saper capire quando fermarsi perché il troppo insistere poteva causare l’effetto contrario dell’allontanamento.
 
Erano le classi meno agiate ad apprezzarlo maggiormente ed i rioni popolari erano pieni del canto di quest’uccello. Poi il declino; sia in gabbia come anche (gravissimo) in natura.

Vuoi i divieti d’approvvigionamento, vuoi l’alto costo raggiunto, vuoi la diminuzione della specie, attualmente è pressocchè assente come uccello da canto e d’allevamento. Non risulta vi siano allevatori che si dedichino a tale specie.
Sopravvivono nelle caratteristiche, gabbie solo soggetti vecchi, amorevolmente accuditi da testardi amatori, senza alcuna finalità riproduttiva.

A quali fattori attribuire questa costante, inarrestabile, diminuzione numerica della specie in natura ed in cattività?
 
STATUS IN NATURA
E’ penoso dovere costatare e affermare che la Calandra in Italia e sull’orlo dell’estinzione. Abbiamo analizzato attentamente le cause che hanno portato quest’Uccello ad una diminuzione numerica cosi’ drastica; abbiamo raccolto, nel tempo, le confessioni di vecchi tenditori, i ricordi di vecchi contadini e proprietari terrieri di pianura, per avere le loro idee, le loro risposte.
Bene! Ci assicurano che era talmente numeroso fino agli anni ’60 - ’70 (appena trent’anni addietro) che era considerato la “peste dei campi”. Alla fine del periodo riproduttivo, si formavano enormi stuoli di questi uccelli che vagavano per le pianure, da essere paragonati addirittura agli Storni. I contadini li temevano e i tenditori erano sempre bene accetti.             
Si riproduceva bene con due covate l’anno. La prima a metà aprile e la seconda che si completava entro la prima decade di giugno. Ai nostri giorni sparuti gruppi, con estrema difficoltà tentano di sopravvivere, riproducendosi fra mille insidie.
 
Il nido è posto in una semplice depressione del terreno, al riparo di un cespuglio. La conca è adattata e allargata alle dimensioni corporee della Calandra, foderata in maniera grossolana, al cui interno vengono deposte da 4 a 5 uova. L’incubazione dura circa 16 gg (da verificare ancora meglio). I piccoli nascono, come tutte le allodole, con un folto e lungo piumino cenere chiaro, molto mimetici e indistinguibili rispetto all’ambiente circostante. Vengono nutriti esclusivamente con insetti ed è soltanto dopo i primi quattro/sei giorni dalla nascita che la dieta viene integrata con germogli e piccoli semi molli ed immaturi.
A nove/dieci giorni, precocemente, abbandonano il nido per non farvi più ritorno. La madre li ritroverà, sparpagliati, a chiamata.  
Le nidiate svezzate si uniscono alle viciniori ingrandendosi numericamente sempre più. Alla fine del periodo riproduttivo tutti i giovani dell’annata, assieme agli anziani, si muovono errando alla continua ricerca di cibo.

In Sicilia è specie sedentaria.

Anziani coltivatori riferiscono che non appena si procedeva alla semina delle varie colture, che in pianura si avvicendavano nel corso dell’anno, le Calandre come da direttiva concordata, piombavano nei terreni seminati e facevano man bassa. A ottobre, periodo post-riproduttivo, del dopo-muta e di grandi stormi e assembramenti, erano le semine di fave, piselli,  ceci ad essere aggredite.  A novembre - dicembre, laddove  il contadino, tralasciava la vigilanza di terreni che erano riusciti a superare la prima fase della semina e  già  si intravedevano nuovi germogli e giovani piantine, vi era la seconda aggressione; i capolini  erano strappati letteralmente dal terreno con gravi danni per l’economia agricola. Da giugno, i pomodori in maturazione erano molto apprezzati; a settembre, le piantine di carciofi, appena interrate, erano prelevate una dopo l’altra. I raccolti  erano costantemente compromessi, se i campi non fossero stati guardati a vista.

Era ovvio che con la mentalità (e le priorità/necessità) del tempo, la specie andava combattuta. Il primo colpo, la specie, lo subi' negli anni cinquanta del secolo scorso, con l’immissione sul mercato, facilmente distribuito dai Consorzi Agrari, di varietà di frumento prima trattato e poi anche avvelenato (colorato). Fu il primo passo verso lo sterminio non solo della Calandra ma di tutte le varie specie di pianura che condividevano quel particolare ambiente, modificato, antropizzato, che potremmo chiamare appropriatamente della “Steppa Cerealicola”. La Calandra poi, per l’abitudine di formare enormi gruppi d’individui risultava maggiormente vulnerabile verso la trappola del frumento avvelenato.
Riducendosi cosi la specie numericamente e non potendosi più formare gli enormi stormi vaganti, da agosto a marzo, veniva compromessa la socializzazione della specie; anche il successivo smembramento, dei gruppi ridotti, in primavera, per la formazione delle coppie nidificanti, avveniva in maniera disarmonica; erano pertanto tali e tanti i motivi che dovevano automaticamente portare alla diminuzione della specie che non c’erano, sin d’allora,  dubbi sul risultato finale adesso raggiunto.
In Sicilia restano sparuti “gruppi di famiglia” nell’entroterra arido e spopolato. Non conosciamo la realtà delle Puglie (altra regione dove abbondava), ma crediamo non si discosti da questa analisi.
Se poi si aggiunge la meccanizzazione nello sfalcio delle messi, con le moderne trebbiatrici che, anche se accortamente prevedono il taglio alto salva-nidi, deturpano sempre un’ampia superficie, prima di calpestio poi quell’altra per la fuoriuscita della balla di fieno e  successivamente  quell’altra necessaria alla macchina raccogli-paglia; si capisce come  da metà maggio a fine giugno/luglio proprio al culmine della seconda covata, continuando annualmente queste azioni, di occupazione e di disturbo, alla fine potessero risultare insopportabili per la Specie.
Ancora, altri accanimenti, dai primi di maggio con l’ingiallimento delle pianure, gli incendi sempre in agguato; da giugno, il fuoco delle ristoppie, ora vietato dalla legge, ma sempre possibile, accidentale o no, si capisce perchè  la Calandra  in primis, ma anche Allodole, Cappellacce, Calandrelle, Coturnici, si siano rarefatte.
Cappellacce e Coturnici sono riuscite a cambiare “aria”.
Come rimediare?
In effetti è difficile invertire il “gap” negativo, specialmente quando enormi fattori economici gravitano attorno a quel particolare ambiente e alla funzione che esso assolve a nutrimento della specie umana: gli interessi del grano. Sfortunatamente la Calandra predilige quell’ambiente e ne sta pagando le conseguenze.
Ricordiamoci che la civiltà occidentale si è sviluppata come “civiltà del frumento” a differenza delle civiltà orientali che si sono  poggiate sulla “civiltà del riso”.

Il primo aiuto pertanto che ci sentiamo di dare, come ornicoltori, è di facilitare la riproduzione domestica.
Riteniamo la specie cosi’ forte e rustica che in un paio di anni centinaia di esemplari saranno nuovamente disponibili.
              
RIPRODUZIONE DOMESTICA
Ma è un uccello facile da riprodurre?
Nelle mie voliere, diverse coppie, sono ospitate, svogliatamente; come spazzini (sostituiscono le quaglie).
Non è stata pertanto posta molta attenzione alla fase riproduttiva.
La nidificazione, per l'azione di disturbo svolta dagli altri uccelli coabitanti, non si è svolta con la dovuta serenità. Quel "fai da te" ha portato solo qualche uovo disordinatamente sparso in voliera. Solo tre di queste uova recuperate integre, poste sotto solerti Carpodaco hanno portato alla nascita ed allo svezzamento di tre soggetti. Il sistema usato rispecchia fedelmente quanto già abbondantemente acquisito e divulgato per Cappellacce e Zigoli neri.
Le balie usate sono  sempre state le femmine di Carpodaco, preventivamente abituate a nutrirsi di uovo sodo e bigattini bolliti (che apprezzano oltre ogni dire) nonchè dopo i primi giorni pastoncini bene amalgamati sempre con uovo sodo e bigattini tagliuzzati in bella vista separatamente.
Le Carpodaco covano bene le uova di Calandra anche se leggermente più grosse delle proprie.
L'incubazione dura circa ­­­­­­­­­­­­­­­­sedici giorni (da accertare con più accuratezza). Alla nascita, la balia deve avere come cibo, esclusivamente uovo sodo e separatamente contenitore con bigattini bolliti (larve di mosca carnaria)  tagliuzzate a metà con un colpetto di forbice a punte lunghe (del tipo tagliacarte, da cancelleria).
Se la Carpodaco è preventivamente preparata, farà incetta d’uovo sodo e bigattini. Questi, in particolare saranno "spolpati" e resterà nella mangiatoia solo la "buccia" dura, poco apprezzata o forse non commestibile. Il colpetto di forbice serve proprio a dividere il bigattino facilitando la fuoriuscita della polpa e l’abbandono della cuticola;  la nutrice avidamente se ne ciberà con minor dispendio di tempo e d'energie, scartando il "fodero" che facilmente l'allevatore farà volar via con un semplice soffio, allorquando ogni tre/quattro ore aggiungerà bigattini nuovi e freschi anche congelati.
In aggiunta, ogni due ore, almeno per i primi tre giorni, l'allevatore aiuterà la balia, con l'imbecco di un’adeguata porzioncina di crocchette per cani, abbondantemente imbibite in acqua vitaminizzata (o medicata, se necessario).
Le crocchette saranno intercalate con l'imbecco di uno/due, bigattini vivi "strapazzati" ed inumiditi sempre in acqua vitaminizzata.
Dopo i primi tre giorni i bigattini saranno sostituiti da piccole Camole del miele di adeguata dimensione al becco che dovrà riceverle. A tre/quattro giorni i pullus cominciano ad avere dimensioni consistenti. E' bene schiacciare la testa della Camola prima dell'uso per evitare, se vive, la risalita e la fuoriuscita, di ritorno, dal canale alimentare.
Tutto facile, crescono bene e dal 6' - 7' giorno possono essere tolti alla nutrice per continuare l'allevamento esclusivamente a mano, che sarà ancora più semplice con l'uso degli stessi ingredienti e con l’aggiunta di porzioni più economiche di semplice mangime per pulcini primo periodo bene inumidito per ben due volte (e' la seconda acqua che lo inumidisce meglio).
Sembrerebbe tutto veramente facile e cosi' è.
L'unico vero problema è la completa dedizione allo scopo. L'impegno di tempo dev’essere costante e perenne per circa un mese. L’allevatore che procede all’imbecco a mano deve essere paziente oltre ogni limite.     

LONGEVITA’
E’ un uccello rustico e longevo. Il decennio di vita (e di canto) è sempre abbondantemente assicurato e superato. Con l’avanzare dell’età si sono riscontrati numerosi casi (due personalmente visti) di melanismo del piumaggio persistente anche a tutte le successive mute.

CONCLUSIONE
L’Uccello merita veramente la nostra attenzione. Chi è autorizzato, custodisca gelosamente i suoi esemplari e li sappia utilizzare.

Noi allevatori dovremmo essere considerati preziosi custodi di un immenso parco uccelli. Un gratuito, enorme serbatoio di geni ancestrali e non. Quasi una novella Arca di Noe’, dove alloggiano tantissimi esemplari pronti ad essere d’aiuto, se necessario, a rinfoltire, con le dovute cautele, quelli presenti in questo sempre più minacciato mondo artificiale.

Chi si stanca, (col tempo può succedere), non abbandoni tutto, ma passi la staffetta a qualche altro volenteroso che intende iniziare a “correre”.
Per il bene della specie in particolare  e dell’ornicultura in generale.

Ringraziamenti: si desidera porgere sentiti ringraziamenti a

  1. Sig.Stefano Galatà  - Istituto Biologia - Università di Catania - antico conoscitore delle preferenze alimentari, in natura,  della specie;
  2. Sig.Prezzavento Giuseppe - pensionato - antico tenditore della specie.

     
Sebastiano Paternò

 
Pubblicato su “Conversazioni ornitologiche” n.0 maggio/giugno 2006

Copyright Dott. Sebastiano Paternò - tutti i diritti riservati
Torna alla Pagina Indigeni