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«Circa le sottospecie,
non ho mancato di citarle sotto alle singole
specie, soprattutto per tenere, come si dice, il la
danno gravissimo per la scienza l'analisi
spinta all'eccesso che si pratica oggidì. Con la massima leggerezza si danno
Ettore
Arrigoní degli Oddi da «Elenco degli uccelli
italiani», 1913.
Oggetto di queste note sono
i Passeri viventi alloo stato libero in Italia,
ascritti attualmente tutti alla famiglia
dei Ploceidi o uccelli Tessitori (Ploceidae ), del Miocene inferiore, senz'altro originatasi nell
vecchio mondo probabilmente nella regione etiopica
e che riconosce quale suo primo fossile un rappresentante del genere Pascer proveniente dalla Francia.
Nell'ambito di questa famiglia
quattro generi un tempo classificati fra i Fríngillidi (Fringillidae) con i quali hanno in comune il poderoso becco conico
e la remigante primaria esterna molto ridotta (Carpospiza, Petronia, Montifringilla e Passer) sono stati raggruppati convenzionalmente
nella sottofamiglia dei Passerini (Passerinae) sebbene non tutti i sistematici concordino ed alcuni preferiscano
farne una famiglia a se, collocata appunto fra i
Fringillidi ed i Ploceidi.
La domanda è forse retorica ma senz'altro
meno oziosa di quanto possa apparire superficialmente. Sappiamo tutti che in Italia
vivono il Fringuello alpino, il Passero lagio,
il Passero mattugio,
e siamo d'accordo, ma l'altro Passero, il Passero comune o domestico,
è uno, due o tre? Non è un gioco di parole, anche se a prima vista può sembrarlo.
Abitualmente, o meglio dovrei dire convenzionalmente, si è soliti citare
per l'Italia la presenza di tre Passeri diversi (lasciamo a
parte il lagio e il mattugio
sui quali non ci sono discussioni): il Passero domestico
o oltremontano, il Passero italiano
(la Passera reale del Savi) e il Passero spagnolo o sardo. Ma quando
da enunciazioni per così dire di comodo che servono ad identificare
con immediatezza ed in linguaggio parlato tre uccelli che, simili fra loro fenotipicamente e comportamentalmente, pure si differenziano
per le caratteristiche che
tutti conosciamo, il discorso
si pone in termini di sistematica, la faccenda cambia aspetto. Prima
di passare alla discussione della cosa facciamo il punto, sia pure a
spanne, di quanto gli Autori affermano in materia.
Il Savi (1830 ), il Salvadori (1.886 ), il Baliani (1910 ), l'Arrigoni degli Oddi
(1904 ), il Moltoni (1945),
il Peterson, il Mountford e l'Hollum (1954),
lo Scortecci
(1965),
lo Zangheri (1969) affermano esistere tre specie, Passer domesticus (Linneo, 1758),
Passer italiae (Veillot, 1817) e Passer hispaniolensis (Temminck, 1820) e per ora facciamo grazia sia delle sottospecie di cui accenneremo più avanti, sia della elegante questione linguistica posta in un
primo tempo dal Bonaparte e poi fatta
propria dal Veillot e successivamente dal
Salvadori circa il nome specifico del Passero sardo
che allora si era voluto chiamare (non so se proprio
unicamente per amore della filologia) Passer salicilicola
(abitante dei salici) perchè hispaniolensis non voleva dire spagnolo (corretta sarebbe stata l'aggettivazione hispaniensis) ma derivante dall'Isola di San Domingo (Hispaniola
o piccola Spagna) dove a quell'epoca
il nostro non aveva messo nè ali nè
piede e dove, almeno a quanto ci dice il Bond
nel suo «Birds of the West Indies», ancora nel 1974 non era presente anche se pare vada estendendo gradatamente il proprio areale nelle Grandi Antille.
Dal
canto loro il Meise (1936), il Vaurie (1959), l'Etchecopar (1964), il Cova (1969), il Bruun (1970) il Mayr (1970), il Geroudet (1972) con qualche riserva, il Frugis (1972) ed il Brichetti (1976) riconoscono solo le forme specifiche P. domesticus e P. hispaniolensis e considerano
il Passero d'Italia sottospecie del Passero
oltremontano.
A loro volta invece il Chigi (1904, e poi tutta la letteratura
successiva citata), lo Grzimek (1974) e con lui Friedmann, Niethammer e Wolters, e lo Smolik (1972) considerano
specie solo il Passero oltremontano, di cui il Passero italiano ed il Passero spagnolo sarebbero sottospecie, anzi, per essere più precisi,
considerano la specie Passer domesticus da cui avrebbero
avuto origine le sottospecie Passer domesticus domesticus
e Passer domesticus hispaniolensis
che fra loro ibridandosi avrebbero originato la sottospecie
Passer domesticus italiae.
E così ritorniamo da capo e sino a questo punto la domanda rivoltaci riguardante il nostro Passero (è uno, due o tre?) non ha ancora avuto risposta perchè gli Autori,
divisi fra loro, ci offrono ciascuno argomenti validi ed interessanti
ad
Più avanti vedremo di chiarirci le idee ma per ora, in questo inventario a volo d'aquila dello
stato attuale delle cose, prima di procedere esaminiamo quanto si è detto e si dice, sempre per il nostro Passero, a proposito delle sottospecie
e per non debordare dai limiti del lavoro atteniamoci unicamente
alle sottospecie (o ritenute tali) presenti in Italia.
Iniziamo dal Chigi, che dopo avere
negato l'esistenza di tre specie diverse riconosce per il territorio
italiano la presenza di sette diverse varianti: P. d. arrigoni in Sardegna, P. d. brutius in Italia meridionale, P. d. maltae
(anche qui polemiche: si sarebbe invece
dovuto dire melitae) a Malta (e in Sicilia?), P. d. italiae all'Elba e in Corsica,
e poi ancora P. d. romae
nel Lazio, P. d. subalpinae nell'Italia settentrionale, P. d. valloni ai confini d'Italia e forse nella Francia meridionale. Nel 1903 lo Tschusi scopre
la sottospecie P. italiae galliae in Corsica, all'Elba ed a Nizza e a questo punto, a livello di sottospecie nostrane (un ultimo
accenno: P. d. carnicus, ovviamente in Carnia ) dato che ormai ce
n'è per tutti, le cose tendono a stabilizzarsi.
A onor del vero il Salvadori
(1906) «.., le tre forme
o specie di Passeri italiani... sussistono realmente
con lievi variazioni individuali o prodotte da ibridismo là dove due specie si incontrano, e le varie forme ammesse dagli Autori più
recenti non hanno valore neppure di sottospecie», il Giglioli
(1907) «... io sono, come
si vedrà, e lo ero prima di leggere il suo scritto, enfaticamente
dell'opinione dell'amico Salvadori» e l'Arrigoni degli Oddi (1913) «... secondo me in Italia esistono soltanto le tre solite forme o specie di Passero...
le nuove forme descritte od ammesse dagli ornitologi innovatori non
hanno, a mio vedere, nemmeno valore sottospecifico»,
fanno giustizia di questo ginepraio. Che, d'altra parte, continua ad affiorare nella letteratura degli anni successivi (per fortuna
tendono a scomparire le «sottospecie» galliae, romae, subalpina e valloni) anche se in modo non ben definito ed anzi piuttosto confuso, dato che alcuni (Moltoni, Tocchi, Zangheri,
Frugis ) considerano le sottospeciee maltae, arrigoni
e brutius derivazioni del Pascer hispaniolensis ed altri invece (Cova, Brichetti ) popolazioni costanti, probabilmente derivate
da ibridismo con il Passero spagnolo, del Pascer domesticus italiae.
Così, a questo punto abbiamo il quadro della situazione
e possiamo cominciare a tirare le somme. Se ci fermiamo a considerare che il nostro
Passero non è cosa a se stante ma un vertebrato a sangue caldo (per l'esattezza un
uccello) così come lo sono, per citarne alcuni
che interessano l 'ornitofauna italiana, la Cutrettola, la Ghiandaia, il Merlo acquaiolo,
il Barbagianni, il Picchio rosso maggiore,
il Picchio rosso minore, il Rondone pallido, il Codibugnolo,
la Cornacchia, il Migliarino di palude, tutti uccelli che nell'ambito
della specie presentano un'ampia gamma di
varianti sottospecifiche, non vedo il perchè
al nostro Passero domestico non debba essere applicato il concetto di
specie polimorfa che tanto valido si è dimostrato al punto di ridurre le circa quindicimila specie elencate
dal Sharpe nel 1909 nel suo elenco degli uccelli di tutto il mondo
alle ottomilasettecentoventinove dell'elenco del Gruson (l'ultimo di cui io sia a conoscenza)
del
1976.
Una controprova, mi si passi l'espressione,
direi quasi di laboratorio
(peccato che i Passeri non siano drosofile) la si ha se si
considera che il Passero domestico della
sottospecie tipica è stato solo recentissimamente (120 anni, in questioni del genere, sono
ben poca cosa) introdotto in America dove i primi esemplari sono stati importati intorno al 1850 e da allora (Grzimek 1974) «.., ha dato persino origine a forme diverse, che differiscono tra di loro e nei confronti di quella capostipite sia per la colorazione sia per le dimensioni,
e ciò ha fornito dati estremamente istruttivi in rapporto al tempo necessario per la costituzione di nuove sottospecie». E questo in perfetto accordo oltrechè con la regola di Gloger anche con la legge di Bergmann (in alcune specie di vertebrati a
sangue caldo le razze dei climi più
IL PASSERO DOMESTICO Passer domesticus, (Linneo 1758)
E' l'uccello più numeroso in Italia, stanziale,
ematico e parzialmente di passo. Suddiviso,
come abbiamo avuto occasione di notare, in diverse sottospecie
di cui in particolare tre interessano l'Italia
e che si differenziano fra loro, degradando da nord verso sud,
per una variazione di colorazione che segue il cline.
La specie tipica, P. d.
domesticus, con vertice grigio cinerino, è presente in alcune zone dell'Italia del nord, in particolare nell'arco
alpino, in Valle d'Aosta, nel Piemonte occidentale, nel Veneto orientale
ed in Istria. Accidentale e parzialmente ematica nella Valle Padana e in Liguria durante
l'inverno, e probabilmente anche
di passo. Rarissima altrove. Il Passero d'Italia, P. d. italiae, si differenzia per il
vertice castano (ma con penne marginate di grigio in inverno) e per le parti inferiori più bianche. Presente e stazionario in tutta
la penisola dalle Alpi alla Calabria,
e in Corsica. Il Passero sardo, P. d.
bis paniolensis,
ha il dorso più striato di nerastro, il
nero della gola più esteso sul petto ed i fianchi macchiati e striati
di nero. Presente in Sardegna, in Sicilia, in Calabria,
in Puglia, in Basilicata, in Campania ed in genere nelle parti meridionali della penisola.
Le caratteristiche evidenziate riguardano i maschi. Le femmine si assomigliano notevolmente fra loro (almeno per me è pressochè
impossibile riuscire a distinguere la femmina del P. d.
domesticus da quella del P. d. italiae)
fatta eccezione per quella del P. d.
hispaniolensis che ha guance lievemente più chiare ed il groppone più scuro. I giovani sono pressochè identici, tranne che nella sottospecie P. d. hispaniolensis dove presentano (guance più chiare e groppone più scuro) le stesse caratteristiche delle femmine.
Costruisce nelle cavità dei muri, nelle grondaie, nei crepacci delle rocce, nei buchi degli alberi;
nelle cassette per nidi artificiali poste da privati ornitofili e dalla Lega per la protezione
degli uccelli, un nido aperto; sui rami
degli alberi o all'esterno (è veramente un tipico ploceide, vedere
Fossati 1936) un nido globoso,
voluminoso, con apertura su un lato, con i materiali più vari. Spesso occupa i
nidi di balestrucci, Delichon urbica
(Linneo 1758), e di altri uccelli, con i quali ingaggia violente
battaglie che non sempre terminano per lui con risultati
positivi (vedere il Bacchi della Lega, oltre
ad una nota su «Avicula»
del 1897 che escrive come a Roma un gruppo di rondini murasse
vivo in un nido un passero che l'aveva
usurpato per cercare di stabilirvisi).
L'accoppiamento avviene ripetute volte
dopo una parata nuziale (Rosa, 1974) basata sull'ostentazione della macchia
del petto che può ricordare (almeno a me l'ha sempre richiamata alla mente), quella del gola tagliata,
Amadina lasciata (Gmelin 1789) e di altri astrildidi, forse
filogeneticamente più vicini di quanto consuetudinalmente venga ammesso.
La deposizione è di 3-6 uova (eccezionalmente anche 7
) per ogni covata e la femmina provvede all'incubazione per circa tredici
giorni, in qualche caso aiutata
dal maschio. L'alimentazione, essenzialmente granivora
in inverno, diviene durante
il periodo riproduttivo quasi totalmente
insettivora (o
per lo meno in misura preponderante,
vedere Sciacchitano, 1924). Il Moltoni
( 1943) calcola,
ed a mio avviso, stando ai
dati da lui forniti, con una eccessivamente prudente
approssimazione per difetto,
in circa 500
acrididi il consumo giornaliero di una coppia di P. d. italiae
impegnata per quattordici
ore quotidiane nella nutrizione di una nidiata
di quattro piccoli. In alcuni casi sono stati osservati Passeri durante
il periodo dell'allevamento della prole nutrirsi addirittura di lucertole (Moltoni, 1954), per cui è legittimo ritenere che in questa fase rientrino nell'alimentazione anche piccoli
vertebrati di dimensioni minori.
I piccoli, nutriti da entrambi i genitori, escono dal nido verso il quindicesimo giorno dalla schiusa e poco dopo sono autosufficenti.
Riscontrati (Skutch, 1961) casi di assistenza interspecifica in cui femmine
di Passero domestico collaboravano alla nutrizione di giovanii di altre specie. L'allevamento in cattività non presenta grosse difficoltà in voliere esterne, nonostante le
affermazioni del Taibel (1935 ) e gli inspiegabilmente negativi risultati conseguiti in quell'epoca alla stazione sperimentale di avicultura
di Rovigo. I Passeri isabella di Palermo, appunto
allevati in cattività a quanto mi dice Giovanni d'Amico, ne sarebbero una prova evidente. In gabbia, per quanto più difficoltosa, la
riproduzione è avvenuta più volte (Socci, 1976) ed in questo momento mentre scrivo
queste note, in una mia voliera interna in cui ospito uccelli euroasiatici (circa 80 soggetti)
una Passera ha deposto in una cassetta nido,
e cova regolarmente ma non
so con che risultati futuri dato il relativo affollamento dell'ambiente, cinque uova di cui alla speratura quattro si
sono rivelate fecondate. Un'ultima annotazione: il Passero domestico in Italia è parassitato dal
Cuculo (Moltoni,
1951)
come già aveva fatto notare
l'Arrigoni degli Oddi
(1929) e prima
di lui il Bettoni nella sua «Storia naturale degli uccelli che nidificano in Lombardia» del 1865, mentre
la stessa parassitizzazione non è stata
riscontrata in Francia,
in Belgio ed in Svizzera dal Geroudet nel suo studio sull'argomento del 1950 («Quali sono gli ospiti del Cuculo?» in Nos Oiseaux ) .
IL PASSERO MATTUGIO Passer montanus (Linneo 1758)
Stazionario, ematico e nell'Italia settentrionale anche
di passo, il Passero mattugio, che prende il suo nome volgare (mattus = ubriaco, dal
basso latino) dal suo comportamento
fortemente irrequieto, è uccello comunissimo ed ampiamente diffuso in tutta la penisola
e le isole, più scarso e prevalentemente invernale in Corsica e in Sardegna dove per altro pare essere in fase di
espansione (Brichetti, 1976) e lo si incontra anche in primavera (Pratesi
e Tassi, 1977, oltre alle note
del Martorelli, 1960).
Nonostante il nome scientifico (montanus = di montagna) è comunemente presente ovunque al di sotto dei 1300 m. secondo il Brichetti (1976), anche se questa affermazione pare abbisogni probabilmente
di un più attento controllo dato che il Moltoni (1969) dice di averlo incontrato nel mese di aprile lungo la strada
Simile, come struttura
generale e colorazione, al P. d. italiae, se ne differenzia per le minori dimensioni (circa 14 cm anzichè 15,5 o 16 cm), per la zona nera sulla gola e sull'alto petto che è meno
estesa e soprattutto per una netta macchia nella regione auricolare a forma di mezzaluna più o meno regolare. Pressochè inesistente il dimorfismo sessuale, che si evidenzia
per una colorazione lievemente più pallida e per
la macchia nera più piccola.
Come per il domestico, anche per il Passero mattugio non sono infrequenti
le anomalie (vedere bibliogr. ) con particolare riferimento all'isabellismo
(Ninni 1923, Caterini 1938, Fantin 1976) ed all'albinismo (Zangheri 1936, Abba 1970) mentre nella letteratura non trovo notizia
di forme melaniche che d'altro canto non ritengo siano improbabili anche se senz'altro molto più rare. In aggiunta a quanto riportato dagli Autori, ricordo un esemplare «avana unicolore» catturato
da un tenditore bolognese,
detto Romagnina, nelle vallate intorno a Molinella nell'inverno 1939-40 (nota anonima sul n. 2-1940 della
«Rivista degli allevatori», mensile
zootecnico edito dal Savino) ed una coppia di soggetti completamente
bianchi attualmente impegnati
in un esperimento di riproduzione
a Castelfranco Veneto teso
a studiare la possibilità di fissare i caratteri della mutazione. Come
già visto in precedenza, il Passero mattugio
si ibridizza con il domestico
La parata nuziale è pressochè simile a quella del Passero domestico. Vengono normalmente portate a termine da due a tre covate di 4-6 uova ciascuna (eccezionalmente anche 8 ) e l'incubazione si protrae per circa
13
giorni. Dopo altri 13 giorni
(L.
e R. Pasquali, 1976)
i giovani sono in grado di
lasciare il nido, simili agli
adulti ma con la macchia auricolare e gulare di colore grigio scuro anzichè nero.
Si alimenta con semi di graminacee e di piante erbacee; durante il periodo riproduttivo e soprattutto
nella fase di alimentazione della prole è però ancora più insettivoro del suo
congenere P. domesticus
e divora una enorme quantità di insetti e ragni.
La parassitizzazione della specie da parte del
Cuculo, segnalata
dal Geroudet (cit.) come
occasionale per la Svizzera, non è nota per la Francia,
il Belgio e l'Italia.
In cattività la riproduzione è possibile, ed esperimenti positivi in questo senso mi risulta siano
stati fatti in Belgio e in Olanda.
Per l'Italia, l'unico tentativo di riproduzione di cui sia a conoscenza riguarda quello cui accennavo in precedenza, attualmente in atto nel Veneto, per cercare la possibilità di creare un ceppo di individui omozigoti per il carattere albino, analogamente (almeno come aspirazione in pectore) a quanto è stato fatto per l'albinismo del fagiano comune (Taibel, 1.935).
IL PASSERO LAGIO
Petronia petronia (Linneo 1766)
Di dimensioni simili al Passero domestico, da cui si differenzia subito per la diversa colorazione del mantello e per una macchia di un bel giallo citrino sull'alto petto più o meno sviluppata e comunque di maggiore ampiezza nei maschi, per altro non evidente se non da molto vicino, il Passero !agio è uccello di passo, autunnale, spesso imbrancato con il P.d. domesticus in Italia settentrionale, dove è forse nidificante in scarso numero nelle montagne del Veneto e nell'Appennino tosco emiliano, ed è presente come stazionario e nidificante, con erratismi verso sud nella cattiva stagione, in tutta l'Italia centrale e meridionale, in Sicilia, in Sardegna, in Corsica, a Malta e nelle isole Egadi e Eolie. Per l'arcipelago toscano parrebbe specie di passo. Non ugualmente distribuito, in alcune zone la presenza è cospicua, in altre totalmente assente (Brichetti, 1976). In Sardegna l'Arrigoni degli Oddi (sul n. 6 di «Avicula» del 1902) ha creduto di identificare la sottospecie Petronia petronia helhnayri caratterizzata (riporto testualmente la parte essenziale) dalla «... mancanza assoluta della tinta fulviccia sulle parti superiori, che è rimpiazzata da una colorazione bruno olivastra poco accentuata, pel dorso e per le strie sulla testa di un tono più nero, e per le dimensioni di poco minori». Accettata dall'Hartert nel 1904, rifiutata dal Giglioli (1907 ), non riportata dal Baliani (1910 ) che pure fu preparatore attento e scrupoloso al Museo di Genova, riconosciuta dal Moltoni (1945), denegata dal Vaurie ( 1959), non riportata dal Cova (1969 ), citata dal Toschi (1969) con una nota «.., tuttavia questa forma non è riconosciuta valida da alcuni AA. che la pongono in sinonimia della precedente», dove per precedente si intende la forma tipica P. p. petronia con chiaro riferimento al Vaurie, non ammessa dal Frugís (1972) e neppure dal Brichetti (1976), questa forma appare molto dubbia. Il Brichetti (1976) afferma l'abbondanza delle variazioni individuali di colorazione e di tonalità (vedere anche Giglioli, 1907) ed anch'io ho avuto più volte occasione di notare diluizioni di colorazione, soprattutto in uccelli vivi portati per la vendita in sagre e fiere. Sono comunque propenso a credere che i toni generalmente sbiaditi da me osservati in queste circostanze fossero il prodotto di certe carenze alimentari, dato che non si trattava di soggetti di fresca cattura ma di esemplari mantenuti in cattività ed alimentati con mangimi granulari probabilmente non del tutto adatti. Nella letteratura non trovo traccia di aberrazioni cromatiche del piumaggio dovute ad albinismo, melanismo o isabellismo.
La
specie da cent'anni a questa parte pare stia contraendo verso sud il proprio areale. Un tempo molto diffusa
anche nell'Europa centrale
dove costituiva il residuo
di una fauna di un'epoca più calda, attualmente
è quasi completamente scomparsa
dalla Germania, dove prima nidificava nel Baden
meridionale, in Franconia e in Turingia (Grzimek 1,974). Forastico, non antropizzato e raramente rinvenibile se non in casi eccezionali
nelle nostre città (Sevesi, 1937, che riferisce trattarsi,
dell'unico individuo accertato in quello studio a Milano, di un soggetto ferito), il nome scientifico
Nidifica da noi in zone montane (radure
aride, luoghi sassosi e cespugliosi, petraie
di montagna) fino ad una quota di circa 1500 m. costruendo un nido
globoso simile a quello del
Fringuello alpino in cavità di alberi, neii crepacci delle rocce o di vecchi muri e qualche volta anche a terra.
Pare che la sola femmina provveda all'incubazione
delle uova (da 4 a 6, eccezionalmente 7 per covata) per un periodo di circa 14 giorni. Una o due
covate all'anno, da aprile a giugno, in qualche caso pare anche a luglio.
Gregario, è in generale più selvatico del Passero domestico assieme al quale però non è raro
incontrarlo in folti gruppi percorrendo le campagne dove
a volte lo si trova nelle
stesse zone degli zigoli. A differenza degli altri Passeri sul terreno non si muove saltellando ma a piccoli passi.
Pare essere specie in diminuzione, anche se in espansione locale in alcune zone (Orlando, 1936), non avendo la prolificità nè l'adattabilità del Passero domestico
o del mattugio, dei quali forse subisce la
pressione.
Non mi risulta
sia mai stato praticato l'allevamento in cattività che
comunque, data l'irrequietezza della specie, penso avrebbe difficilmente risultati positivi.
In ogni caso, i soggetti catturati sopravvivono bene, soprattutto se l'alimentazione somministrata è fortemente proteica ed
integrata da prede vive.
IL FRINGUELLO ALPINO
Monti fringilla nivalis (Linneo 1766)
Terminiamo l'esame dei nostri ploceidi
con il Fringuello alpino, l'uccello di maggiori dimensioni della sottofamiglia (da 17,5 a 19,5 cm.) strutturalmente
diverso dagli altri Passeri dai quali si distingue
per la sagoma e per la colorazione, basata su vari toni di grigio e di bruno, sul bianco e sul nero (inconfondibili le timoniere e le remiganti che in volo appaiono vistosamente
colorate in bianco e in nero). Becco nerastro, che nella cattiva stagione diventa giallo arancio con punta nera. In inverno la macchia gulare nera
è quasi completamente nascosta dalla marginatura chiara delle piume, anche se il Rota (1967) non è dello stesso parere, non ritenendo che le piume
nere siano marginate di bianco al punto tale da nascondere il colore della macchia.
Non sono a conoscenza di anomalie cromatiche del piumaggio.
Presente sulla penisola come molto localizzato
e nidificante nei luoghi adatti, lo si incontra sulle
Alpi e sull'Appennino centrale e forse in alcune
località dell'Appennino settentrionale.
Non presente nelle isole nonostante l'affermazione del Rota (1967) che nelle isole appunto lo dice «... quasi mancante...»
cioè quindi presente se pure con un numero ridotto o ridottissimo di esemplari. Negli studi sulle avifaune locali
non trovo traccia di nidificazione nelle isole, e questa
affermazione quindi va in ogni caso interpretata
come riferita alla presenza (rarissima
se pure mai accertata) di qualche soggetto durante gli spostamenti invernali, per quanto almeno in Sicilia (Sorci, Massa e Cangialosi
in R.I.O. n. 1-1973), a Malta (De Luca, «
A Revised Chek list
of the Birds of the Maltese Islands», 1969) ed a Pantelleria (Moltoni 1973) non risulta segnalata, e neppure ne trovo traccia
nei lavori del Moltoni e di altri
per quel che si riferisce alla Sardegna. Unico dato anche se un pò labile, riportato
dal Moltoni e dal Di Carlo nella loro monografia sugli uccelli dell'Isola d'Elba (in R.I.O. n. 3A-1970) è una citazione a loro volta tratta dal Damiani (1912 ) che elenca il Fringuello alpino tra le specie di cui è dubbia la presenza, per un individuo ucciso «molti decenni fa nella pianura presso Portoferraio», e riporto testualmente la citazione.
La nidificazione avviene spesso in piccole colonie. Dopo le cove si radunano in stormi di anche
più di cento esemplari e si danno a parziali erratismi alla ricerca del cibo, rappresentato da piccoli insetti e ragni e da semi di piante alpine durante il periodo riproduttivo,
da granaglie di ogni genere nei mesi invernali. Negli inverni rigidi scendono per ragioni
trofiche nelle vallate al di sotto dei 1000 m. solo se costrettivi da freddo e nevicate eccezionali che possono impedire loro il reperimento del cibo a quote
più congeniali e non è raro vederli nei pressi di insediamenti umani. Analogamente a quanto osservato per il Passer domesticus, il Fringuello alpino è specie parassitata in Italia dal Cuculo, mentre lo stesso fenomeno non è riportato per la Svizzera, il Belgio e la Francia.
Non
sono al corrente di avvenute riproduzioni in
cattività che in ogni caso non ritengo sarebbero possibili a basse quote altimetriche.
Non esistono assolutamente dati (ne certi ne dubbi) sull'ibridazione in natura del Fringuello alpino, anche se il Rota (1967) dice che «L'accoppiamento del Fringuello alpino
con altre specie è dovuto al caso...» e quindi indirettamente ne ammette (non ne ipotizza) l'ibridazione. E poche righe più avanti (e questa volta come ipotesi)
dice che «Possibili accoppiamenti con
altri uccelli sono: col Sordone e con lo Zigolo delle nevi, simili per
abitudini ed alimentazione in cattività». Escludendo senz'altro l'avvenuta
ibridazione naturale (barriere isolanti,
vedere in generale il Mayr, 1970, ne esistono a iosa
per quel che si riferisce al Sordone, Prunella collaris
Scopoli 1769, e per lo Zigolo delle nevi basta pensare che se la specie
non si riproduce sulle nostre Alpi non ci sono ragioni credibili per ritenere
che debba ibridarsi con un altro uccello anche se filogeneticamente poco lontano) non sono assolutamente a conoscenza
dell'ibridazione avvenuta in cattività (ed
è d'obbligo il rimando al lavoro del Maranini,
cit. ) anche
se il Codazzi in più parti
(pagg.30, 68, 85 e 107) del suo «Trattato di ibridologia» cita l'ibrido
di «Canarino - Fringuello
alpino» fra gli ibridi più facilmente realizzabili (pag. 30) ed arriva addirittura a descrivercelo (pag. 107), mentre a pag. 85 ci parla come cosa scontata dell'incrocio
Fringuello alpino-Ciuffolotto
ed a pag. 68 ipotizza (bontà sua) la possibilità di
ibridare il nostro con il Cardellino, Carduelis carduelis (Linneo 1758), il Ciuffolotto, o becco grosso, delle
pinete, Pinicola enucleator (Linneo 1758) ed il Frosone,
Coccothroustes coccothraustes ( Linneo 1758), con buona pace, in questo suo fantasioso spaziare, di tutta la questione di affinità sierologiche, di differenze di pH, di esigenze alimentari diverse, di questioni barometriche che fan si che se sotto una determinata
quota non è possibile ad un dato
uccello riprodursi, lo stesso succede per un altro al di sopra
di una certa quota. A parte il fatto poi che nella letteratura assolutamente non è fatto cenno alle ibridazioni in oggetto, che se fossero avvenute sarebbero state ampiamente documentate sia dalla stampa scientifica
che da quella amatoriale.
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