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Il
Parrocchetto Etneo. (Nota sui parrocchetti dal collare inselvatichiti
del Capoluogo Siciliano) di: Falco di palude.
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La zona marittima sud ovest alla periferia della ridente città di Catania, è adagiata in un¹ampia fascia costiera dalla sabbia finissima e dorata, che si estende dalla Marina, sede di numerosi imbarcadero privati e luogo di attracco di mercantili e navi di linea e da crociera. I quasi 10 chilometri di costa, richiamano all¹occhio del turista e del visitatore uno spettacolo dalla tipicità esclusiva. Il netto contrasto tra il nero delle rocce basaltiche, formatesi dalle numerose colate laviche susseguitesi nei secoli, ed usati come materiale da costruzione forgiato dalle abili mani degli scalpellini, lascia in chi osserva un effetto che si potrebbe definire un "trompe l¹oeil" della Natura in contrapposizione con il bianco chiarore emanato dalla spiaggia e dalle acque limpidissime, che si arenano su essa con un mormorio che culla dolcemente i sensi, come fosse una nenia delle Nereidi. La spiaggia della Playa, scorre diritta fino alla Foce del fiume Simeto, che la attraversa nel suo fluire placido, per un centinaio di chilometri dai comuni Etnei a Nord Ovest fino alla suddetta foce, che si riversa nello Jonio. Divenuta Oasi Naturale protetta, con un¹estensione di circa 1900 ettari ricchi di zone umide, essa è un habitat importantissimo per l¹ avifauna migratoria e stanziale.
(nella foto: Zona boschiva alto Simeto) Fra le specie che nell¹oasi si possono osservare, la moretta tabaccata (Aythya Nyroca), la Folaga (Fulica Atra), significative presenze di esemplari di Cavaliere d¹Italia (Himantopus himantopus), rari Ardeidi come l¹Airone Rosso (Ardea purpurea), il Guardabuoi (Bubulcus Ibis) e la Nitticora (Nictycorax nictycorax).
(nella foto: Tipica vegetazione lacustre ) I canneti prospicienti il fiume, sono frequentati da numerose famiglie di Gallinella d¹acqua (Gallinula chloropus) che stanno timidamente nascoste per la presenza dei Rapaci di palude tra cui il Falco di Palude (Circus aeruginosus) e l¹Albanella Reale (Circus cyaneus). La breve striscia di sabbia che separa il fiume dal mare, ospita invece nutrite colonie di Laridi, tra cui il Mugnaiaccio (Larus marinus) e lo Zafferano (Larus fuscus) nonché numerose specie di Anfibi e Rettili, Coleotteri e Lepidotteri.
(nella foto: Tipica farfalla autoctona)
(nella foto: Falco di palude) Diametralmente opposta all¹oasi, nella zona interna la vegetazione a macchia mediterranea, è sovrastata da un fitto bosco di Eucalipto (Eucalyptus globosus) con piante che spesso raggiungono i 30 metri d¹altezza che donano alla zona un aspetto insolito per via del contrasto tra la chiara corteccia degli alberi ed il suolo coperto dalle foglie cadute dalla tipica colorazione con sfumature che vanno dall¹ocra acceso al nocciola chiaro.
(nella foto: Eucalyptus) Denominato popolarmente a livello locale "Boschetto della Playa", in passato esso era utilizzato come sede attrezzata per le colonie estive dei ragazzi e per area di picnic domenicale da parte dei Catanesi, che tra quelle fronde trovavano piacevole refrigerio alla martellante calura estiva, magari dopo un bagno ristoratore nel mare antistante, dopo aver raccolto le Telline con l¹apposito "cuzzularu" una sorta di rastrello artigianale con ad una un¹estremità, una sacca a maglia fine che permette di trattenere i prelibati molluschi e far fuoriuscire la sabbia. Ancora oggi non è raro durante quest¹operazione, di avere la felice sorpresa di trovare la preziosa "elektron"(come veniva chiamata dai Greci); l¹ambra del Simeto , una delle più preziose usate in oreficeria, conosciuta fin da tempi antichissimi e che nel passato, si riteneva fosse prerogativa solo di questa zona. Si presume che tronchi ricchi di resina, venissero trasportati dalla corrente e una volta giunti sulla spiaggia indurissero nel corso dei secoli, dando così origine all¹ambra Ed è proprio in questo bosco di Eucalipto e nelle zone adiacenti, che presumibilmente da circa una decina di anni, si è creata una nutrita colonia di Psittacula Krameri (Scopoli, 1769) o Parrocchetto dal collare.
Brevi cenni sulla Specie: Psittacide originario dell¹Africa centrale e Orientale, è presente anche nell¹India e nel sud-est Asiatico. Se ne definiscono due sottospecie in base appunto alla provenienza: Psittacula Krameri Krameri (o parrocchetto dal Collare Africano) e Psittacula Krameri Manillensis. Nel passato largamente importato oggi, in considerazione dell¹adattabilità e della relativa facilità di riproduzione, esso è uno dei parrocchetti più facilmente allevati anche dai neofiti. Caratterizzato da indole abbastanza aggressiva, difficilmente tollera la convivenza con altri Psittacidi, mantenendo un carattere schivo e riservato. Le femmine si differiscono dai maschi per la quasi totale assenza dell¹anello rosa, che dalla base inferiore del becco, arriva fin quasi all¹altezza della nuca affiancato da un altro di colore scuro. Il becco presenta un colore violaceo, ed il piumaggio nella forma ancestrale, è di un bel colore verde brillante con la lunga coda azzurra. La deposizione comprende da tre a sei uova che vengono covate per 20/25 giorni; i piccoli sono nutriti dai genitori ancora per qualche tempo dopo l¹involo.
Parrocchetto dal Collare (foto: www.flora-e-fauna.it) Al genere Psittacula , appartengono anche il Psittacula Echo di cui purtroppo sono presenti pochi esemplari. Nelle Mauritius, attorno agli anni ¹90, questo Psittacide si ridusse ad una ventina d¹esemplari. Fu solo grazie all¹opera di un privato e della sua equipe (Carl Jones Mauritius Wildlife Foundation), che si riuscì a riportarne a buon punto il numero.
Psittacula Echo (foto: Peter M.C.Werner www.tecnoseek.it)
Un altro stretto parente del nostro piccolo Krameri è il Grande Alessandrino (Psittacula Eupatria), e lo Psittacula Wardi o parrocchetto delle Seychelles, di cui l¹ultimo esemplare di cui si ha notizia, risale al 1906 e si ritiene estinto da tale data, presumibilmente a causa della distruzione del suo habitat naturale. Ed ancora, Psittacula Exul, Psittacula Himalayana, Psittacula Columboides, lo Psittacula Finschii, il Cyanocephala dell¹India e dello Sri Lanka, lo Psittacula Roseata, lo Psittacula Calthorpae, lo Psittacula Derbiana, lo Psittacula Longicauda, lo Psittacula Caniceps ed infine il bellissimo Psittacula Alexandri.
Parrocchetti in libertà Ovvero, taccuino... quasi diario di un osservatore E¹ il mese di Gennaio del 2003. Mi ritrovo ad uscire in un tardo pomeriggio dall¹ufficio, con la voglia di andare a bere un caffé nero e forte. Percorro qualche centinaio di metri in auto con i copertoni che sollevano l¹acqua dall¹asfalto. Arrivo dinanzi al solito Bar dove con gli amici si parla della comune passione: L¹Ornitologia. Essi sono vecchi allevatori, cacciatori o semplici appassionati che nei pomeriggi uggiosi, amano riunirsi a parlare delle proprie esperienze magari litigando per le loro tesi sull¹allevamento o su che tipo di alimentazione possa esser migliore per un uccello in riproduzione. Mi salutano. Ordino il caffé. Gianmario il barista, è un convinto ³pappagallaro² (così ci definiscono, con un sorrisetto bonario di commiserazione) i nostri amici. Cominciamo a discutere dei miei Agapornis che allevo allo stecco da 20 giorni. Sorridono, quando narro delle levatacce notturne per nutrire i piccoli, e non si esimono anche da commenti "off limits" all¹indirizzo del sottoscritto. Un vecchio raccoglitore d¹asparagi selvatici, si avvicina e mi informa che non distante da lì vi è un posto dove i pappagalli vivono liberi e si riproducono da anni. Il primo pensiero è quello di esser preso in giro, ma in seguito mi ricordo che di questa storia di "pappagalli tutti verdi" e con "i mustazzi" (i mustacchi), ne avevo già sentito parlare in loco, e avevo anche letto qualche articolo in merito su avvistamenti in altre parti della Regione. Così informatomi bene sul luogo di avvistamento, offro un amaro al vecchio che mi ringrazia con una stretta della sua callosa mano. Decido che la mattina successiva al sorgere del sole, mi recherò all¹appuntamento con i misteriosi pappagalli. Sono incuriosito e non riesco a riposare al pensiero di cosa avrei trovato l¹indomani. Magari il vecchio aveva solo visto qualche volatile fuggito dalle tante costruzioni che costeggiano il bosco della Playa. Vedremo. In ogni caso, avrò fatto una passeggiata salutare ed ecologica. Arrivo in zona attorno alle 6.00 armato del mio fedele binocolo, e m¹incammino lungo il sentiero che porta al primo caseggiato ormai diroccato. Tendo l¹orecchio nel silenzio, ma odo solo il verso di un Merlo che fugge spaventato al mio passaggio. Attendo il sorgere del sole, bevendo del caffé dal thermos che mi scalda un po¹ anche le mani intirizzite. Chiudo un po¹ gli occhi in preda al sonno; non sono più molto abituato alle levatacce. Dormo qualche ora. Mi sveglia un tiepido raggio di sole che mi scalda le membra intirizzite per il freddo e la scomoda posizione. Mi sollevo in piedi, e finisco il poco caffé ancora contenuto nel thermos. Degli uccelli nessuna traccia, sono nascosti fra gli alberi o sono lontani da me? Mi assilla anche il dubbio di essere stato preso in giro.. Così, punto nell¹orgoglio decido di perlustrare per bene la zona percorrendo parecchia strada in direzione N.E., verso le "case rosse". Ore 12:30. Nessuna traccia. Deluso, con i crampi ai polpacci ed allo stomaco per l¹appetito, ritorno sui miei passi con le pive nel sacco. Decido che tornerò di lì a qualche giorno. Per la strada di ritorno, vedo una signora anziana con un cane, la saluto e le chiedo se per caso abbia visto dei pappagalli nel bosco d¹Eucalipti. Mi guarda basita, scuotendo la testa Tre giorni dopo. Coinvolgo nella mia avventura l¹amico di sempre Salvatore; veterinario, appassionato di pappagalli. Ci rechiamo sul posto, ma dopo ore di strategie e supposizioni sul presunto luogo di pastura e ipotetico ricovero notturno dei volatili scrutando il cielo, notiamo dei nuvoli provenire dalla montagna avvicinarsi abbastanza velocemente che non lasciano presagire nulla di buono sulle prossime condizioni meteorologiche. Decidiamo di tornare indietro alla macchina. Arriviamo alla conclusione che non si troverà mai traccia dei Parrocchetti, forse si sono spostati in un altro sito. Passano i mesi. Aprile 2004. Con l¹avvicendarsi della primavera, la questione "parrocchetti", ormai sepolta nell¹oblio ritorna prepotentemente a galla. Quella sera (era un sabato), mi devo vedere a cena con Salvatore, gli riproporrò l¹avventura sperando che non mi mandi a quel paese. Adotto la strategia del far gustare all¹amico un¹ottima cena a base di pesce che egli adora, ed "esagero" col buon vino. Riesco a strappargli l¹insana promessa di essere accompagnato l¹indomani. Passo a prenderlo di buonora, lo trovo insonnolito, e bofonchiante chissà quale improperio al mio indirizzo. Sorrido fra me e me, compiaciuto. Questa volta decido di percorrere un altro itinerario anziché il solito, partendo da un bosco coperto da macchia mediterranea . E¹ probabile che gli uccelli si siano spostati verso l¹acqua essendo ormai la temperatura abbastanza elevata. Così, lasciata l¹automobile sotto un albero d¹olivo secolare, c¹ incamminiamo attraverso un sentiero che attraversa un podere coltivato ad alberi da frutto. Osserviamo la presenza di conigli selvatici dalle "fatte" recentissime e da alcune buche scavate probabilmente qualche ora prima.
(nella foto in primo piano: Ficus indica ) Una Poiana volteggia pigramente nel cielo descrivendo delle ruote digradanti, lanciando di tanto in tanto il suo richiamo. Alcune gazze col loro verso irriverente, sembrano prenderci in giro dall¹alto dei loro posatoi. Arriviamo finalmente ai margini del bosco. Abbiamo attraversato un corso d¹acqua e gli stivali zuppi di fango per aver camminato sul terreno arato di fresco, sembrano di piombo. Scuotiamo le calzature contro le rocce, liberandoci di quel peso inutile che ci stanca non poco. Il sole è ormai alto nel cielo e il caldo ci fa gocciolare il sudore sulla fronte. Decidiamo una piccola sosta sotto un filare di Cipressi che delimitano un campo di frumento, luogo di pastura di Tortore e Colombi selvatici che vediamo volare alti nel cielo in branco. Sono sicuro che siamo sulla buona strada. E¹ una netta sensazione; ho quasi l¹impressione di vederli appollaiati fra i rami degli Eucalyptus, ed immagino anche di sentire il loro verso caratteristico nel tentativo di difendere il posatoio più alto conquistato a fatica. Certo sarebbe bello riuscire nell¹impresa; ma le speranze cominciano a venir meno Vittoria! E¹ ora di pranzo, una serie di crampi allo stomaco ci ricordano che dobbiamo nutrirci. Propongo a Salvatore una "sosta-pranzo" che ovviamente è subito accolta con entusiasmo. Ci sediamo dando fondo alle nostre riserve alimentari costituite da barrette energetiche e bevande reintegratrici di sali minerali. Riprendiamo la marcia. Sono già ore che camminiamo e ancora nessuna traccia, vado avanti tra le lamentele dell¹amico fidato che non fa altro che lagnarsi; anche se so benissimo che in fondo anche lui è parecchio motivato, ma non lo ammetterà mai. E¹ il suo modo di fare, ma so anche che ama il suo lavoro e lo fa con coscienza e dedizione, oltre che avere una gran passione per l¹Ornitologia. Sorrido senza farmene accorgere vedendo che ormai si trascina penosamente per la fatica. Inciampa su una radice rovinando sul terreno argilloso; mi sbellico dalle risa, mentre mi lancia contro la borraccia dell¹acqua che schivo abilmente, chinandomi. Salvatore mi annuncia contrariato che ritornerà indietro, esprimendo espressioni colorite su di me e se stesso, per essersi lasciato coinvolgere in quella che definisce ³stupidaggine². Annuisco, non posso dargli torto, e vado a recuperare la borraccia. Mi chinoŠsento una vampata di calore salirmi fino al volto.. le ginocchia mi tremano, avverto l¹adrenalina farmi saltare le "valvole". UNA PENNA DI PARROCCHETTO DAL COLLARE! E¹ così! La vedo! Non oso nemmeno toccarla Una sorta di timore reverenziale mi assale, misto all¹orgoglio per la costanza del mio carattere testardo, che mi ha spinto ad andare avanti. Raccolgo la penna, una magnifica caudale quasi integra di un bel colore pervinca. Tronfio d¹orgoglio e celando a stento l¹emozione, mi avvio verso Salvatore che sta fumando uno dei suoi Toscani. Mi guarda; forse l¹emozione trapela troppo dal mio viso. Mi chiede se per caso mi fossi imbattuto in un fantasma; tiro fuori da sotto la giacca la preziosa reliquia, mettendogliela sotto gli occhi con fare trionfante. "Te lo avevo detto", è la prima frase anche se scontata, che mi viene in mente. Salvatore annuisce, sconfitto. So però che anche lui è contento. gira e rigira la penna tra le mani con lo sguardo che fra trapelare la sua soddisfazione per la scoperta. Adesso sappiamo che i parrocchetti esistono, e sulla strada del ritorno commentiamo in base alla morfologia del terreno, della vegetazione e della presenza dell¹acqua la possibile allocazione attuale della colonia, riservandoci di consultare la pianta della zona, per avere meglio il quadro della situazione sotto controllo. Stanchi ma soddisfatti, rientriamo in città. La ricerca continua. E¹ trascorsa una settimana durante la quale, abbiamo consultato carte geografiche della zona, consultato contadini, Autorità, e Associazioni protezionistiche. Qualche volta nel pomeriggio, abbiamo percorso la S.S. Catania-Siracusa fino al Ponte sul fiume San Leonardo, nella speranza di individuare il branco all¹abbeverata. Nulla Arriviamo alla considerazione che non possono essersi spinte fino a quel punto. La zona, è coltivata ad agrumi e difficilmente i larghi spazi aperti e gli alberi bassi, avrebbero potuto offrir loro ricovero. Decidiamo di tentare una sortita nel fine settimana. Abbiamo avuto una "soffiata" che riteniamo attendibile e vogliamo verificarla. Dovremo però pernottare sul luogo, per avere dei riscontri. Ci diamo appuntamento il venerdì notte. Solita routine; caffé al Bar del Porto, e via sulla provinciale. L¹auto procede con calma senza fretta. Sotto la luce dei fari, un Barbagianni stordito dal nostro sopraggiungere, ci attraversa la strada con un bagliore chiaro, improvviso, meraviglioso nella sua fugace apparizione e sparizione, inghiottito nell¹inchiostro della notte. Arriviamo in silenzio nel luogo convenuto e lasciato il sicuro asfalto, ci addentriamo in un viottolo pieno di buche e massi, che mettono a dura prova le sospensioni del nostro mezzo già alquanto "martoriato" dalle precedenti escursioni. Dopo aver percorso qualche chilometro, avvistiamo finalmente il vecchio "amico" albero (il vecchio olivo secolare), sotto le cui fronde molte volte riposammo e trovammo refrigerio dalla calura nelle giornate di Agosto. Scendiamo dall¹auto,calziamo gli stivali di gomma e accendiamo le torce elettriche dopo aver indossato gli zaini con l¹attrezzatura. Sentiamo lo scorrere dell¹acqua nei canalicoli d¹irrigazione dei giardini. Una volpe disturbata dalla nostra presenza, con un rapido voltafaccia si ritira nella cannuccia palustre secca mista ai roveti dai dolcissimi frutti, prediletti dagli uccelli, abbandonando a terra la sua preda: un giovane coniglio selvatico. Percorriamo ancora qualche centinaio di metri camminando a fatica sulle zolle arate di fresco, e finalmente giungiamo a destinazione.
La radura alberata,ci appare sotto la luce lunare risplendente di colori e forme fantastiche; possiamo vedere chiaramente le sagome delle pompe eoliche con le loro pale immobili per l¹assenza di vento; simili a Titani che c¹indicano il cammino. Scorgiamo alla nostra sinistra di là dalla stradella, i due grossi silos per le granaglie dipinti di grigio. Siamo sul luogo di pastura! Dobbiamo far presto a montare la piccola tenda mimetica, sta per albeggiare e gli uccelli potrebbero essere nelle vicinanze. Scegliamo un luogo che ci può fornire la massima visione e la minima visibilità possibile da parte degli uccelli. Conclusa velocemente l¹operazione, disseminiamo il luogo con i pacchi di sementi che ci siamo portati dietro. E¹ l¹alba. Ci nascondiamo dentro la tenda nell¹attesa che faccia giorno. Trascorrono minuti di silenzio, rotto solamente dal nostro respiro immaginando il momento tanto agognato dell¹avvistamento. La sorpresa. Eravamo assorti nei nostri pensieri, quando udimmo degli scricchiolii impercettibili provenire dall¹esterno. Osservai dalla feritoia del capanno ed esclamai: "Diamine ci mancava solo questa" L¹amico Salvatore, mi guarda e scuote il capo con malcelato disappunto. Era stata segnalata la nostra presenza, e le forze dell¹Ordine credendoci bracconieri, erano venute ad effettuare un controllo. Forniamo le nostre generalità sotto lo sguardo vigile dei Militari, e spieghiamo loro lo scopo della nostra permanenza. Così, dopo una decina di minuti, finalmente possiamo riprendere il nostro appostamento. Avvistiamo una ventina di colombi selvatici in volo che uno per volta, dopo un lungo giro di ricognizione, si vanno a posare sul terreno arato gustando la nostra "esca". Siamo ormai convinti di aver fatto un buco nell¹acqua. Quel luogo, a causa della presenza dei silos e del frumento, era stato colonizzato dagli uccelli e questo poteva significare solo che i parrocchetti in quella zona, difficilmente li avremmo avvistati. Eravamo stanchi, nervosi e delusi; decidiamo allora di abbandonare il nostro appostamento e spostarci più a sud di qualche chilometro. La nostra speranza è che gli uccelli siano vicini una zona boscosa che può offrire loro il necessario per il sostentamento. Conosciamo bene quella zona, ma dobbiamo fare i conti con degli uccelli adattatisi all¹ambiente; ragion per cui, non possiamo utilizzare le conoscenze sui parrocchetti in Natura, visto che servirebbero a poco. Camminiamo scrutando il cielo con i binocoli per quasi tutto il pomeriggio, fermandoci di tanto in tanto. Salvatore adesso mi sollecita a proseguire per arrivare sul luogo prefissato per l¹accampamento prima che faccia buio. Arriviamo dopo una marcia estenuante, montiamo il capanno e consumiamo la cena studiando le carte ancora una volta. Trascorriamo parte della notte giocando a "briscola" sotto la pallida luce della lampada a gas. La luce dell¹alba che filtra attraverso la tela del capanno, ci sveglia dolcemente. Le palpebre sono pesanti e le articolazioni doloranti. Ci prepariamo un caffé e dopo una breve ricognizione sul luogo ed aver soddisfatto un piccolo bisogno fisiologico, ritorniamo al capanno. Trascorrono alcune ore e siamo sempre più demotivati, anche se nessuno dei due lo vuole ammettere, quando improvvisamente Salvatore m¹interrompe bruscamente con un gesto della mano. Dalla feritoia dal suo lato del capanno ha visto qualcosa. Mi precipito a vedere. Sono loro finalmente! Osserviamo il branco d¹uccelli dalle lunghe code "a fiocco" avvicinarsi velocemente riusciamo a distinguerne le sagome sottili e perfino i neri collari. I pappagalli, portata a termine una ricognizione, spariscono alla nostra vista coperta dalle fronde degli alberi. Abbandoniamo la postazione, dirigendoci fra mille cautele presso il luogo d¹atterraggio dei volatili. Percorriamo un centinaio di metri in direzione N.O. rispetto al capanno, e in una radura, notiamo un campo coltivato a frumento trebbiato di fresco; alcune stoppie sono ancora presenti sul terreno dorato dalla pula. Osserviamo ben nascosti, i pappagalli intenti a razzolare rumorosamente al suolo i chicchi rimasti, osserviamo le loro scaramucce per contendersi un seme; sembrano buffi al suolo con la loro andatura altalenante; altri stanno appollaiati sui fichi selvatici, cibandosi avidamente dei frutti zuccherini. Contiamo approssimativamente una ventina d¹individui, tra cui parecchi giovani.
(nella foto: Fichi selvatici) Un altro pensiero mi attraversa la mente: E¹ il periodo della riproduzione, occorre trovare il sito di nidificazione; se avremo fortuna potremmo trovare le femmine in cova. Non dovemmo attendere molto, in quanto gli uccelli ad un segnale che sembrò convenuto, uno dietro l¹altro si alzarono in volo, per sparire dietro un filare di Eucalipti che delimitava un terreno incolto ed un frutteto. I parrocchetti si erano ormai accorti della nostra presenza e ci osservavano stridendo dai loro posatoi. Alcuni alberi morti erano stati scavati, e si vedevano le femmine affacciarsi dal nido per essere imbeccate dai maschi. Individuammo tre nidi e consultandoci sul da farsi, decidemmo di verificarne velocemente il contenuto cercando di non infastidire eccessivamente le madri. Il resto della giornata passò a far abituare gli uccelli alla nostra presenza. Dopo qualche ora, essi apparivano più tranquilli e non lanciavano grida d¹allarme. Così ormai nel tardo pomeriggio, con mezzi di fortuna, riuscimmo a raggiungere il primo nido con molta cautela. La madre ci osservava "soffiando" ad ogni tentativo d¹avvicinamento da parte nostra. Riuscii a contare tre uova approfittando di un movimento dell¹uccello. Comunicai la notizia a Salvatore che raggiante, continuava a prendere i suoi appunti sull¹immancabile taccuino. Segnammo con la vernice spray l¹albero cavo, e tornati a riprendere le attrezzature, ci avviammo soddisfatti all¹automobile. Nei giorni seguenti, ripetemmo l¹operazione contando rispettivamente altre tre e quattro uova nei rimanenti due nidi. Salvatore voleva eseguirne la speratura, ma decise di rinunciare. Pensava fosse troppo rischioso; gli uccelli avrebbero potuto distruggere la covata. Era per noi un¹esperienza così bella, da farci considerare quei parrocchetti alla stessa stregua d¹esemplari rarissimi e quindi applicare tutte le precauzioni del caso. Riuscimmo perfino a catturare due giovani esemplari di che in seguito risultarono essere di sesso opposto. Salvatore li sottopose agli esami clinici di routine, per identificarne eventuali patologie, che fortunatamente riscontrò essere totalmente assenti. Quella coppia, quest¹anno si è riprodotta regolarmente, dando origine a quattro nuovi e bellissimi esemplari. Scusandomi per la lunghezza del racconto che spero abbiate gradito, e per eventuali imprecisioni che spero Vorrete segnalarmi, con esso ho voluto contribuire alla divulgazione e l¹arricchimento delle tante testimonianze sui pappagalli adattatisi alla vita libera in ambienti non propri. Una prova, delle straordinarie peculiarità di questa numerosa famiglia: Gli Psittaciformi.
Omnia munda, mundis.. (Tutto è puro, per coloro che sono puri A. Manzoni) Con i miei ringraziamenti all¹amico Marco Cotti, con stima. Falco di palude |
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