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Le
Calopsitte di Santa Venerina
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Santa Venerina (CT) – Dista 223 Km. da Agrigento, 151 Km. da Caltanissetta, 24 Km. da Catania, alla cui provincia appartiene, 116 Km. da Enna, 69 Km. da Messina, 267 Km. da Palermo, 128 Km. da Ragusa, 82 Km. da Siracusa, 374 Km da Trapani. Il comune conta 7.692 abitanti e ha una superficie di 1.879 ettari per una densità abitativa di 409 abitanti per chilometro quadrato. ( http://sicilia.indettaglio.it/ita/index.htm )
Sorge in una zona litoranea collinare, posta a 337 metri sopra il livello del mare. La produzione agricola locale è basata sulla coltivazione dell'uva da mosto, della frutta, degli agrumi e sulle nocciole.
Già abitato in età bizantina e romana, come attestano resti di terme e un antico oratorio propri di quelle epoche, il territorio di Santa Venerina fu compreso in quello della vicina Acireale fino al 1934 quando ottenne la costituzione del comune. Il suo nome è legato alla Patrona di Acireale Santa Venera modificato da un amoroso vezzeggiativo. Dedicata a Santa Venera è la Chiesa Matrice con all'interno settecenteschi dipinti di Alessandro (1720-1793) e Pietro Paolo (1697-1760) Vasta. Nella limitrofa frazione di Dàgala del Re è possibile ammirare resti di un tempietto cristiano con pitture parietali. Tra le manifestazioni locali, grande interesse desta il Presepio Vivente che si tiene annualmente. Sita a pochi chilometri dal vulcano Etna, alle falde di questa straordinaria montagna, una corolla bellissima di rocche arabe, castelli normanni, vie ed archi medievali, chiese barocche. Il tutto sapientemente condito con folclore, feste religiose, appuntamenti culturali e sportivi, sagre, gastronomia, artigianato. In questo contesto, seppur non ne faccia parte territorialmente ma sia adiacente, si inserisce la riserva “Parco dell’Etna”. La bellezza del Parco dell'Etna non sta soltanto nella grandiosità delle eruzioni e nelle colate di lava incandescente. Attorno al grande vulcano, si estende un ambiente unico e impareggiabile, ricco di suoni, profumi e colori. Un comprensorio dal paesaggio incantevole, protetto da un parco naturale che chiunque si trovi in Sicilia non può mancare di visitare. Il territorio del Parco dell'Etna, che si estende dalla vetta del vulcano sino alla cintura superiore dei paesi etnei, è stato diviso in quattro zone a diverso grado di protezione: zone A, B, C e D. Nella zona "A", 19.000 ettari, quasi tutti di proprietà pubblica, non ci sono insediamenti umani. E' l'area dei grandi spazi incontaminati, regno dei grandi rapaci tra cui l'aquila reale.La zona "B", 26.000 ettari, è formata in parte da piccoli appezzamenti agricoli privati ed è contrassegnata da splendidi esempi di antiche case contadine, frugali ricoveri per animali, palmenti, austere case padronali, segno di una antica presenza umana che continua tutt'ora. Oltre alle zone di Parco A e B, c'è un'area di pre-parco nelle zone "C" e "D": 14.000 ettari, per consentire anche eventuali insediamenti turistici sempre nel rispetto della salvaguardia del paesaggio e della natura. Circa un secolo e mezzo fa il Galvagni, descrivendo la fauna dell’ Etna, raccontava della presenza di animali ormai scomparsi e divenuti per noi mitici: lupi, cinghiali, daini e caprioli. Ma l'apertura di nuove strade rotabili, il disboscamento selvaggio e l'esercizio della caccia hanno portato all'estinzione di questi grandi mammiferi e continuano a minacciare la vita delle altre specie. Nonostante ciò sul vulcano vivono ancora l'istrice, la volpe, il gatto selvatico, la Martora, il coniglio, la lepre e, fra gli animali più piccoli, la donnola, il riccio, il ghiro, il guercino e varie specie di topi e pipistrelli. Moltissimi sono gli uccelli ed in particolare i rapaci che testimoniano dell'esistenza di ampi spazi incontaminati: tra i rapaci diurni troviamo lo sparviero, la poiana, il gheppio, il falco pellegrino e l'aquila reale; tra i notturni il barbagianni, l'assiolo, le allocco, il gufo comune. Aironi, anatre ed altri uccelli acquatici si possono osservare nel lago Gurrida, unica distesa d'acqua dell'area montana etnea. Nelle zone boscose è possibile intravedere la ghiandaia, il colombo selvatico e la coturnice e la beccaccia, che si mischiano ad una miriade di uccelli canori quali le silvie, le cince, il cuculo e tanti altri, mentre sulle distese laviche alle quote più alte il culbianco ci sorprende con i suoi voli rapidi ed irregolari. Tra le diverse specie di serpenti, che con il ramarro e la lucertola popolano il sottobosco, l'unica pericolosa è la vipera la cui presenza, negli ultimi anni, è aumentata a causa della distruzione dei suoi predatori. Infine, ma non per questo meno importante, vi è il fantastico, multiforme universo degli insetti e degli altri artropodi: farfalle, grilli, cavallette, cicale, api, ragni ecc. con il loro fondamentale e insostituibile ruolo negli equilibri ecologici.
Ma la cosa più spettacolare, è che nel territorio di Santa Venerina, in zona Passopomo nella proprietà di un privato (circa tre ettari di terreno), da alcuni anni si è creata una colonia di Calopsitta (Nymphicus Hollandicus). La straordinaria colonia, che attualmente conta una quindicina di esemplari, è formata da uccelli inselvatichiti di tipo Cinnamon, ancestrale e perlato.
Gli uccelli generalmente, sono stati avvistati in zona e pernottare sopra un grande Carrubo secolare e sono ormai stanziali. Un paio di anni fa, da uno degli uccelli ritrovato morto, si risalì al proprietario il quale dichiarò che il pennuto era fuggito dalla sua custodia mesi prima. Dall’esame autoptico, si vide che era in buona salute, (era morto a causa dell’aggressione di qualche predatore, probabilmente una Poiana), ben nutrito e nel suo stomaco vennero rinvenute sementi varie, tra cui frumento. L’ipotesi più accreditata, fa credere che diversi pennuti fuggiti da chissà dove (l’unico volatile inanellato era quello rinvenuto morto) e che si siano ambientati, abbiano dato vita alla colonia….. La straordinarietà dell’ evento è ancora maggiore se teniamo conto della fauna della zona: Corvidi (gazze, cornacchie grigie) Falconiformi e Strigidi nonché Gatti selvatici che chiaramente non sono altro che predatori nei confronti dei pappagalli in questione. Come questi volatili esotici si siano potuti adattare a questo habitat così ostile per loro, rimane un mistero. Ma se consideriamo che nel Mediterraneo ad esempio, ormai da anni esistono dei Barracuda o dei Pesci Balestra del Mar Rosso (anche se il motivo è diverso, per via delle vicinanze con le Coste dell’Africa e dell’alterazione della temperatura delle acque), la cosa potrebbe anche non stupire più di tanto.. Di cosa si siano nutriti? Frutta e verdura (pere, mele, albicocche sono coltivati stabilmente), inoltre miglio, frumento e avena non mancano in zona. Naturalmente queste sono solo ipotesi, non sono stati condotti studi scientifici e approfonditi sull’argomento.
Riflessione: Le transazioni tra selvaggio e urbano avvengono all'interno della cornice spaziale di quello che gli ecologi chiamano un «ecotono»: una zona di transizione tra comunità biologiche i cui confini possono essere relativamente bruschi, oppure graduali (come tra animali domestici, inselvatichiti e selvatici). Per di più, la scienza ha riconosciuto da tempo uno speciale «effetto limite» negli ecotoni: una maggior diversità quanto a specie risultante da «una interconnessione delle specie, alcune delle quali sono i membri più tolleranti delle comunità adiacenti e altre che sono specie limite tipiche dello stesso ecotono». Per dirla in altri termini, l'ecotono selvaggio-urbano può essere considerato un ecosistema vero e proprio, per quanto più dinamico, meno lineare e più instabile delle sue comunità costituenti. Una caratteristica importante è il rimaneggiamento, talvolta stravagante, delle catene alimentari e dei rapporti predatore-preda. In altre parole, la vita selvatica diventa sempre più urbana nei suoi modelli base di sussistenza, mentre intanto le specie domestiche s'inselvatichiscono…. Un esempio a caso: Nei deserti industriali di Los Angeles sud, branchi di cani selvaggi minacciano la vita dei bambini, e nella ricca Los Angeles ovest i pappagalli fuggiti, proliferati in numerose colonie selvatiche, sorprendono i passanti con le loro chiacchiere insolenti. Le piante ornamentali evase, come l'indistruttibile arundo, sono diventate erbacce da Apocalisse che soppiantano la flora indigena a un ritmo sempre più sostenuto…. Quindi è meglio concepire «selvaggio» e «urbano» come qualità o processi variabili piuttosto che come scatole dai confini precisi, un'idea questa che ben si adatta alla crescente predilezione degli studi ambientalisti per «wild», selvatico, in quanto concetto più ricco e dialettico di «wilderness», regione selvaggia e incolta. (citazione Giangiacomo Feltrinelli) Pur tuttavia, quello descritto, rimane comunque un evento insolito, che ovviamente, va contro la natura della Calopsitta come di qualsiasi altro pappagallo o animale che sia al di fuori del suo habitat naturale. Rimane pur sempre un evento straordinario ed in questa ottica va riconosciuto. Il mio quindi, vuole essere un modestissimo contributo di mera informazione, e quindi senza la presunzione “scientifica” di valutazione e di studio del fenomeno, ma quello di un semplice appassionato. Cordiali saluti Dott.Falco Tutte le informazioni contenute in questo articolo sono a titolo indicativo, e derivano dall'esperienza personale e da notizie ricevute. L’autore non si assume alcuna responsabilità per le informazioni fornite nel testo. |
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