Il momento della riproduzione rappresenta la fase più bella per tutti noi allevatori, ma allo stesso tempo qui ritroviamo la maggior parte delle insidie che possono compromettere la buona riuscita della stagione.

Prima di tutto dobbiamo sapere che i nostri riproduttori risentono in questa delicata fase di tutto il loro passato, in pratica le condizioni in cui sono stati tenuti i nostri soggetti fino al momento della riproduzione, quindi non ci dobbiamo meravigliare se soggetti di cui non conosciamo il loro passato o meglio ancora sono stati alimentati o tenuti in condizioni sfavorevoli da noi stessi non portino a buon riuscita nemmeno una cova.

Se ci troviamo di fronte a soggetti che non sono in ottimali condizioni di salute bisogna desistere dall’accoppiarlo poiché (anche se si tratta del nostro miglior soggetto) rischiamo di buttare tutto al vento vista la facilità con cui alcune patologie si diffondono all’interno del nostro allevamento.

La facilità di diffusione è dovuta principalmente alle condizioni presenti all’interno del nostro locale d’allevamento, infatti, nella fase riproduttiva ci troviamo con un numero crescente di soggetti che aumentano di giorno in giorno e, inevitabilmente, a condizioni igienico sanitarie più scarse a differenza di altri periodi.

Troviamo una quantità maggiore di feci che stanzia nelle gabbie, utilizzo di pastoncini misti a semi da germoglio, uovo sodo e altri mangimi facilmente deteriorabili che con l’aumento della temperatura diventano delle “bombe” microbiche pronte ad esplodere. Per questo motivo con il sopraggiungere della fase riproduttiva in ogni allevamento ci possiamo trovare di fronte a morti cospicue di nuovi nati e nella peggiore delle ipotesi alla morte di alcuni riproduttori. La morte degli stessi riproduttori è da ricondurre(nella maggior parte dei casi) ad una condizione generale non ottimale già prima della riproduzione questo perché nella fase riproduttiva i soggetti devono far fronte ad un dispendio energetico non indifferente quindi devono possederle queste energie per poterle spendere.

La morte dei piccoli sono dovute ad innumerevoli cause ed io in queste poche righe cerco di riassumere solo le più comuni che possono servire agli allevatori meno esperti per far fronte a questo spiacevolissimo “inconveniente”. Appena iniziamo a registrare le prime morti in allevamento dobbiamo esaminare bene tutte le condizioni ambientali presenti in quel momento, poiché queste non possono essere eliminate da un farmaco ma solo con il nostro diretto intervento.

Per esempio possiamo avere la morte dei pulli nei primissimi giorni di vita o la mancata schiusa delle stesse uova. Nella malagurata ipotesi ci dovesse capitare questo caso la prima cosa da fare è studiare le cause patologiche ed ambientali che possono determinare questa casistica, iniziando ad esaminare i fattori ambientali. Sappiamo che l’umidità è un fattore importantissimo per la schiusa e la vita dei nostri canarini nei primi giorni della loro vita, quindi se non lo abbiamo, sarebbe opportuno procurarci un igrometro (strumento che misura l’umidità ambientale) è uno strumento che costa poca (circa 4 euro) non ingombra e se siamo fortunati lo possiamo ricevere come gadget in questo periodo natalizio.

 

L’umidità ambientale dovrebbe misurare valori che oscillano tra il 50-60% valori più bassi possono compromettere la schiusa dell’uovo (molto spesso troviamo il piccolo che ha tentato di forare il guscio ed una volta effettuata tale operazione l’umidità scarsa porta all’asciugamento della pellicola protettiva che lo circonda con la creazione di una trappola mortale che lo uccide oppure possiamo avere una calcificazione “eccessiva” del guscio che non permette al piccolo di forarlo) per questo motivo specie in ambienti “secchi”( spesso causato dall’utilizzo di caloriferi a getto d’aria calda) conviene inumidire le uova alla vigilia della schiusa e provvedere a portare l’umidità ambientale a valori ottimali.

La carenza di alcune vitamine, allo stesso tempo, può portare alla morte embrionale, per esempio, la carenza di vitamina E e A, la carenza di acido folico (dopo periodi lunghi di terapia effettuata con Sulfamidici non è raro trovare casi di carenza di acido folico) e vitamine del gruppo B. Quindi prima di intraprendere una terapia antibiotica è bene soffermarci e pensare se queste carenze possono essere presenti nei nostri soggetti, dato che un esame del sangue risulta difficile e costoso basta pensare se in passato oltre la miscela normale di semi abbiamo somministrato anche integratori vitaminici. Invece una delle cause patologiche che porta alla morta embrionale o nei primi giorni di vita è data dalla colibacillosi.

Questa è un infezione causata da un batterio che si chiama Escherichia Coli il quale è un germe ubiquitario quindi possiamo essere noi stessi il vettore e data la sua massiccia presenza (specie in ambiente con una scarsa igiene generale) abbiamo che tale microrganismo presenta resistenza ad innumerevoli antibiotici. La cosa migliore da fare in caso di morti sospette da colibacillosi sarebbe quello di far analizzare i nostri cadaverini, e se la causa è veramente l’Escherichia Coli, effettuare un antibiogramma per testare la sensibilità del batterio a diversi farmaci. Il problema è che per effettuare queste analisi ci vogliono 4-5 giorni in pratica il tempo necessario per vedere altre nidiate falcidiate dalla malattia, quindi conviene portare il soggetto ad analizzare e nel frattempo tentare una terapia antibiotica. Quando abbiamo i risultati in mano possiamo cambiare la terapia con un farmaco al quale è risultato sensibile il nostro batterio o continuare con la nostra terapia se ci ha dato buoni frutti. Non bisogna pensare che tutte le morti embrionali siano dovute all’Escherichia Coli e quindi alla colibacillosi, poiché possono essere diverse le patologie che possono colpire i nostri soggetti in questo periodo, per questo un esame necroscopico dei piccoli è sempre auspicabile.

Adesso arrivo alla parte che più interessa alla maggior parte di allevatori…in pratica il farmaco utilizzato! Per la mia modesta esperienza e conoscenza di base suggerisco l’utilizzo (in attesa degli esami di laboratorio) di fluorchinolonici tipo Ciprofloxacina. Il dosaggio è di 250mg per litro d’acqua e la terapia deve essere non inferiore ai sette giorni, conviene trattare sia i riproduttori (nell’acqua da bere) che i pullus (preparando una pappetta medicata due o tre volte al giorno), all’antibiotico deve essere associato un antimicotico (per esempio Amfotericina B 800.000U.I per litro d’acqua) questo perché con l’antibiotico andiamo a distruggere la normale flora batterica presente nei canarini (in pratica i batteri “buoni”) quindi per evitare che i miceti possano prendere il sopravvento noi li blocchiamo con l’antimicotico.

Alla fine del trattamento antibiotico è buona norma integrare l’alimentazione con un complesso polivitaminico ed una fialetta di enterogermina per litro di acqua o altri composti che possano aiutare il soggetto a ripristinare la loro flora batterica.

Alla fine di questo mio “pensiero” ci tengo a sottolineare che se non eliminiamo le cause che scatenano una determinata patologia qualsiasi terapia antibiotica non porterà a nessun effetto oppure potrà solo temporaneamente migliorare le cose, quindi una più accurata igiene delle gabbie e del nostro allevamento può essere un arma a nostro favore per sconfiggere innumerevoli patogeni che possono colpire i nostri amati canarini.

Luca Scarano

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