Potenzialmente tutti i pappagalli come altri uccelli sono in grado di imitare il suono della voce umana nonchè altri suoni.

I pappagalli contrariamente agli uccelli canori e simili non hanno l'osso trasversale (pessulus), e sembra che parlino con l'aiuto del becco e della lingua.

La forma della lingua ha una parte importante, gli uccelli che hanno la lingua spessa e arrotondata come il pappagallo, la ghiandaia etc., articolano più facilmente e quindi sono più atti ad imitare la parola umana. I pappagalli parlatori più noti sono: il pappagallo cenerino (considerato il parlatore per eccellenza), I'amazzone dalla fronte gialla e quello dalla fronte azzurra, seguiti poi a lunga distanza da talune specie di Cakatoe e da talune Are.

Sembra che da una indagine effettuata negli Stati Uniti è emerso che i pappagalli più parlatori sono il Calopsitte e l'Ondulato.

Personalmente in tutta la mia vita e precisamente in 15 anni che mi interesso esclusivamente ai pappagalli ho ascoltato un solo maschio di Ondulato parlante e ripeteva solo cinque parole ed un maschio calopsitte che fischiettava.

Cenni di fonetica "A New Dictionary of Birds" 1964, Nelson.

Approssimativamente parlando, nel linguaggio vi sono due tipi di lettere consonanti, le plosive (di queste la p. b. t, e d, ad esempio) e le fricative (con incluse la v, f, e varie forme di s, z e ch).

Il primo gruppo, le plosive, svolge differenti maniere di arrivo e partenza del suono, più o meno improvviso, con una forza più o meno esplosiva, e con presenza o meno di alte frequenze.

Poichè gli uccelli nel corso delle loro normali vocalizzazioni sono capaci di partenze e fermate del suono altrettanto improvvise, riscontriamo che essi hanno la capacità di produrre le nostre consonanti, ma poichè lingua, laringe e cavità della bocca sono differenti dalle nostre, ed anche perchè le dimensioni di detti organi sono assai più piccole di quelle umane, noi non avremmo supposto che lo spettrogramma della voce degli uccelli potesse mostrare più che una leggera rassomiglianza generale fra i due arresti della voce degli uccelli con quella che noi produciamo. Noi troviamo che lo spettrogramma della voce normale degli uccelli non porta in chiara evidenza la distinzione, ad esempio, della p con la b o della t con la d.

Ouando noi esaminiamo le fricative, vediamo che la rassomiglianza è molto più stretta e possiamo distinguere nella vocalizzazione degli uccelli dei suoni che sono strettamente simili al numero delle nostre consonanti fricative, ed èper questa ragione che noi tentiamo di imitare il suono dei piccoli uccelli utilizzando proprio le consonanti come la f, s, z.

Dunque la similitudine tra la voce degli uccelli e le consonanti umane è parte del loro normale repertorio ed è più o meno frequente a seconda della razza, della intensità relativa e della frequenza usata.

Quando noi esaminiamo le vocali, il problema posto dalla vocalizzazione ornitica è di peculiare interesse della fonetica. Circa ventitre differenti vocali o assimilabili sono riscontrabili nella parlata umana.

Questo è il risultato incidentale del fatto che noi abbiamo molto più che una risonanza. Le vocali si creano ogni qualvolta la gola e la cavità orale sono eccitate simultaneamente nella risonanza, quando questo è dovuto alle corde vocali (come nel parlare e nel cantare, quando il suono è detto essere "parlato") o quando è puramente dovuto al passaggio dell'aria in entrambe le cavità, come nel mormorio.

Mimica vocale "A New Dictionary of Birds" 1964, Nelson

A prima vista l'equipaggiamento vocale degli uccelli non sembra avere la cavità necessaria per produrre suoni simili alle nostre vocali, e l'esame dello spettrogramma sonoro della vocalizzazione degli uccelli spesso mostra che, quando noi pensiamo di udire una particolare vocale, in realtá siamo ingannati dal nostro stesso udito. In molti casi sembra che tutto quello che gli uccelli sanno fare sia il cambio di intensità del suono nello stesso modo in cui noi moduliamo la produzione delle vocali, ma senza riprodurre il caratteristico modello della risonanza umana. Tuttavia non vi è dubbio che molte specie di uccelli, particolarmente quelli come i Pappagalli, sanno fare plausibili imitazioni della parlata umana; di fatto essi sono in grado, in qualche modo, di farsi capire producendo una sorprendente accurata copia delle risonanze vocali, fin qui ricordate come peculiari del linguaggio umano.

A parte i problemi fisiologici connessi all'imitazione da parte degli uccelli della voce umana, vi è un'altra questione concernente l'evoluzione e le funzioni biologiche di questa abilità mimica. Gli uccelli parlanti sono tanto familiari che il vero significato dell'evoluzione è spesso trascurato.

Non vi sono dati di fatto per accertare che i Pappagalli e gli altri uccelli parlanti usino le loro notevoli capacità imitative anche in natura; tale abilità sembra essere del tutto latente. Fra i Primati noi riscontriamo una grande varietà di meccanismi vocali; ciò, apparentemente, dovrebbe mettere in grado molte di queste scimmie di produrre una eccellente imitazione della parola umana, ma, di fatto, solo lo scimpanzè può essere ammaestrato a fare ciò. Appare pertanto misterioso come gli uccelli, con il loro limitato equipaggiamento vocale, possano superare il problema della fonazione. Perchè alcuni uccelli abbiano imparato a imitare la parlata umana quando sono in cattività è forse un poco più comprensibile.

Molti uccelli imparano a parlare quando sono in gabbia e a stretto contatto con l'uomo, ma in virtù della propria natura. Questo è probabile perchè, quando essi sviluppano un attaccamento sociale al loro allevatore, imparano che la vocalizzazione aumenta l'interesse per loro e, particolarmente con le buone imitazioni, sono rapidamente avvantaggiati nei contatti sociali. Questa sembra una ovvia spiegazione del fatto che il Pappagallo ammaestrato parli maggiormente quando il suo proprietario è fuori della stanza o subito dopo che egli è uscito dalla stessa, come se il suo parlare fosse un tentativo per indurlo a tornare.

Se questa teoria sugli uccelli parlanti è corretta, la formazione del processo di apprendimento appare assai simile alle prime parole dette dai bambini. Mowrer, avanzando questa ipotesi, ha suggerito che gli uccelli e i bambini, producendo il loro primo sforzo nel creare le parole ed altri suon (in quanto essi sembrano buoni per loro stessi) sono, di fatto, autostimolati. Le madri spesso parlano ai bambini quando attendono a loro, e qui il suono stesso della voce viene associato a situazioni di conforto per il bambino stesso. Si verifica in sostanza che quando il bambino, solo e sconfortato, ascolta la sua voce, ne riceve un consolante e confortevole effetto.

Su questa base Mowrer suppone che quando I'infante umano sará confortato dal suo proprio parlottare e borbottare non vi sarà bisogno che tale fatto produca qualsiasi effetto sugli altri. In seguito egli imparerà che se avrà successo nel produrre altri suoni, sua madre sarà grandemente interessata, attenta ed affettuosa; questo sarà il primo gradino dell'apprendimento del linguaggio umano. A dispetto di tutte le differenze, sembra arduo non credere che qualcosa di simile sia avvenuto nell'apprendimento della parola umana da parte degli uccelli.

Come insegnar loro parlare Importantissimo è che il pappagallo a qualsiasi specie esso appartenga sia giovane, e viva in stretto contatto con l'istruttore (coabitazione) innanzi tutto dovrà diventare perfettamente domestico, cioè non deve avere nessun timore delI'uomo, al punto di essere maneggiato dallo stesso (i pappagalli di grossa taglia venduti per parlanti che troviamo nelle uccellerie sono giá domestici o hanno già un buon grado di domesticità, cosa che non avviene nelle piccole taglie).

L'addestramento dovrà essere fatto ad un singolo soggetto isolandolo dagli altri, nel seguente modo: con movimenti lentissimi mettere la mano nella gabbia (che dovrà essere di ridotte dimensioni) ad una certa distanza dal soggetto e tenerla ferma per qualche minuto ripetendo l'operazione diverse volte nella giornata, ed in successive fasi nei giorni seguenti, avvicinare sempre più la mano al soggetto, per arrivare poi al punto di premere l'indice contro il petto al fine di indurlo a salire sul dito, nel giro di un mese diventerà abbastanza domestico (queste non sono capacità ma solo volontà di addomesticarlo), dopo tale periodo si potrá tenere sul dito fuori della gabbia (inizialmente forse tenterà di scappare) ed in tale posizione si potrà passeggiare per l'ambiente, col tempo il pappagalletto imparerà da solo a posarsi sul dito dell'istruttore non appena verrà aperta la gabbia, è bene premiarlo con qualche leccornia (i pappagalli hanno un grado di intelligenza superiore agli altri uccelli ed una notevole memoria).

A questo punto all'uccello potranno essere im partite lezioni di oratoria che dovranno avvenire con pazienza e costanza giornaliera (direi certosina) ed anche più voite nella giornata.

Si inizierà con una parola scandita lentamente e con chiarezza, ripetendola almeno venti volte per ogni lezione lasciando intercorrere un pó di tempo tra una e l'altra, affinchè possa essere assimilata (naturalmente dovranno inizialmente essere scelte parole semplici), non si deve passare ad una successiva paroia finchè la precedente non sia stata ripetuta con chiarezza, solo in un tempo successivo gli si potrà insegnare una intera frase.

Non tutti i pappagalli imparano con la stessa velocitá di tempo, quindi il neo-istruttore non si lasci prendere dal nervosismo e pazienti, prima o poi la prima parola verrà pronunciata e dopo la prima le altre verranno apprese in minor tempo. E' da tenere presente che anche nei soggetti delle specie considerate vere parlatrici ³come ad esempio il pappagallo cenerino² si può avere a che fare con soggetti che non parlano affatto. Un altro awertimento importante è quello di scegliere per questo scopo soggetti maschi.

 

Giuliano Zaino

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